Dal nostro inviato MASSIMILIANO SCHIAVONI
Si è guadagnato un lunghissimo applauso al termine della proiezione stampa, l’ultimo film di William Friedkin, Killer Joe, presentato oggi in concorso a Venezia. Fin dall’annuncio del programma ufficiale del festival il ritorno di Friedkin aveva suscitato grande curiosità per varie ragioni. Innanzitutto, perché il regista è stato molto amato tra anni ’70 e ’80 ma si è lentamente disperso negli anni successivi in una serie di titoli spesso volenterosi e imperfetti, talvolta sonoramente sbagliati (Jade). In secondo luogo, perché Friedkin mantiene uno status di autorità del cinema statunitense, in virtù di titoli come Il braccio violento della legge, L’esorcista, Cruising, Vivere e morire a Los Angeles. Infine, perché il suo inserimento in gara appariva una scommessa, come accadde lo scorso anno per Monte Hellman. Il film, senza troppi giri di parole, è strepitoso. Ispirandosi a una pièce di Tracy Letts, Friedkin riesce almeno per tre quarti a dissimulare la derivazione teatrale, conservando ovviamente la brillantezza dei dialoghi ma ampliando la vicenda all’esterno senza imbarazzi o goffaggini. Una vicenda archetipica, di denaro, avidità e cinismo. Un crescendo di violenze intorno all’oro come migliaia di volte si è visto al cinema, ma condotto sempre sul filo di una vena sarcastica e corrosiva.
I principali bersagli sono i miti fondanti della cultura americana. La famiglia, innanzitutto, scardinata fin dal motore narrativo (uccidere la madre per ottenere l’assicurazione sulla vita). Poi la retorica dei sentimenti amorosi, filiali e genitoriali. Il tutto dominato da uno spassoso personaggio centrale, il “Killer Joe” interpretato con sorprendente aderenza da Matthew McConaughey. Poliziotto che lavora come killer a tempo perso, violento e schizoide ma mosso da un rigoroso codice etico personale. Il resto del cast è pure in grande forma: Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple. Tutti carne da macello in un crescendo d’isterica violenza che ricorda Tarantino. Ma d’altra parte il cinema di Tarantino è debitore del primo cinema di Friedkin. Corsi e ricorsi. Certo, lo stile è un po’ al grado zero del cinema. L’immagine è utilizzata per narrare, e niente più. Ma Killer Joe è il classico film che vive di altro, di scambi di battute fulminanti e di provocazione postmoderna. Un divertissement sanguinolento, che tuttavia non disdegna colpi ben assestati alle mistificazioni dei simulacri culturali statunitensi. Lieto, dunque, il ritorno di Friedkin, che forse riuscirà pure a ottenere qualche premio dalla giuria, magari avvalendosi del diritto al giusto riconoscimento di tutta una carriera.
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scritto da Massimiliano Schiavoni il 08.09.2011 alle 19:56