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La cosa

Terza versione del racconto di John W. Campbell, il film di Matthijs van Heijningen regge il confronto, secondo una linea di remake rigoroso e non (totalmente) a buon mercato.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: La cosa

Trama: Antartide 1982. La paleontologa Kate Lloyd giunge nella desolata regione per la spedizione della sua vita. Entrata a far parte di un team scientifico norvegese incappato in un’astronave aliena sepolta nei ghiacci, scopre un organismo che sembra essere morto milioni di anni fa nello schianto, ma che è sul punto di risvegliarsi. Quando un semplice esperimento libera l’alieno dalla sua prigione, Kate deve unire le sue forze con il pilota dell’equipaggio per evitare che li uccida uno alla volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: The Thing
Regia: Matthijs van Heijningen Jr.
Sceneggiatura: Eric Heisserer
Fotografia: Michel Abramowicz
Montaggio Peter Boyle, Julian Clarke, Jono Griffith
Musica: Marco Beltrami
Cast: Mary Elizabeth Winstead (Kate Lloyd), Joel Edgerton (Sam Carter), Ulrich Thomsen (dott. Sander Halvorson), Eric Christian Olsen (Adam Finch), Adewale Akinnuoye-Agbaje (Derek Jameson), Trond Espen Seim (Edvard Wolner), Kim Bubbs (Juliette), Jørgen Langhelle (Lars)
Anno: 2011
Durata: 103′
Origine: Stati Uniti, Canada
Genere: horror, fantascienza
Produzione: Strike Entertainment
Distribuzione: Universal Pictures
Data di uscita: 27 giugno 2012

Immagini galleria fotografica
Video trailer e filmati

Trailer italiano
Trailer originale
Recensionescritta da Massimiliano Schiavoni

Freddo, paura, isolamento, diffidenza, claustrofobia. E un po’ di splatter, ma una forma di splatter deliziosa e raffinata, che mai si piega all’effetto fine a se stesso. Ritorna per la terza volta sullo schermo il racconto di John W. Campbell, che al cinema ha già stabilito due tappe fondamentali per lo sviluppo della sci-fiction e dell’horror. Dopo La cosa da un altro mondo (1951), diretto ufficialmente da Christian Nyby e materialmente da Howard Hawks, e lo splendido remake La Cosa (1982) di John Carpenter, adesso è il turno di Matthijs van Heijningen jr, non giovanissimo autore olandese che quantomeno sembra saper coniugare la convenzionalità mainstream hollywoodiana con un certo rigore europeo. Da anni ormai l’ispirazione dell’industria cinematografica americana è alle corde, e in tal senso si susseguono remake, reboot e quant’altro di neo-classici anni ’70 e ’80, soprattutto in ambito horror. Di solito si tratta di operazioni fallimentari, in cui il modello è frettolosamente riadattato alla retorica degli effetti digitali e a un consumo sempre più popcorn&coca-cola. Ma stavolta i risultati sono un po’ diversi. La Cosa di van Heijningen è quantomeno un remake competente.

Il film si propone come prequel (ricorrente e pretestuoso stratagemma degli ultimi anni, laddove il sequel o prequel nasconde in realtà un puro e semplice remake o reboot), ma di fatto rievoca con molta cura e attenzione l’atmosfera del precedente di Carpenter, fondandosi sullo stesso percorso di scoperta/paura/diffidenza/guerra che traduce La Cosa, nelle sue varie versioni, in un’allegoria pessimistica sulla natura umana. Innanzitutto è da apprezzare la scelta rigorosa di mischiare personaggi americani e norvegesi, con convivenza di dialoghi in lingue diverse e con l’adesione antidivistica ad attori poco conosciuti, in cui spicca soltanto Ulrich Thomsen, direttamente giunto sul set dai film di Thomas Vinterberg. Poi, van Heijningen dosa benissimo pause e scoppi di splatter, rallentamenti e accelerazioni, tiene la corda della suspense per quasi tutta la durata, cedendo solo nel prefinale a un gusto scopertamente hollywoodiano dell’iperbole e della meraviglia visiva. Per il resto, gli effetti digitali ci sono, ma ben funzionalizzati alla narrazione, che magari rende un po’ più esplicito l’horror trattenuto e tesissimo, tutto giocato sul vedere/non vedere, rintracciabile nel modello di Carpenter, ma non tradendone mai lo spirito di fondo. Certo, se ci separiamo per un attimo dall’immersione nel racconto, magari due risate sarcastiche ci possono pure scappare, vedendo questi alieni simil-astici e camaleontici che zampettano in una base antartica, in cerca di umani da inglobare e simbiotizzare. Ma proprio tale atteggiamento di alto artigianato, che piega l’attrazione visiva degli effetti a una dimensione “credibile”, costituisce l’elemento vincente del film di van Heijningen. Forse privo di propria personalità, ma mai votato al totale annullamento nelle logiche hollywoodiane. In America il film è stato un flop, ma merita una visione, quantomeno per constatare il peso specifico di una rigorosa riproposizione a confronto con l’anonimato industriale di molte operazioni simili.

MASSIMILIANO SCHIAVONI

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