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L’amore dura tre anni

Lo scrittore e critico letterario Frédéric Beigbeder esordisce sul grande schermo con una commedia graffiante che cede però a qualche cliché e a soluzioni stilistiche troppo usurate.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM

Trama: Critico letterario di giorno e cronista mondano la notte, Marc Marronnier coltiva una visione disillusa e cinica dei rapporti sentimentali, forte della sua teoria – sulla quale ha perfino scritto un saggio – che l’amore non possa durare più di tre anni. Esattamente il tempo del suo matrimonio con Anne dalla quale vuole, appunto, divorziare. Ma l’incontro con l’affascinante Alice farà vacillare tutte le sue certezze.

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: L’amour dure trois ans
Regia: Frédéric Beigbeder
Sceneggiatura: Frédéric Beigbeder
Fotografia: Yves Cape
Montaggio Stan Collet
Musica: Martin Rappeneau
Cast: Gaspard Proust (Marc Marronnier), Louise Bourgoin (Alice), Joey Starr (Jean-Georges), Jonathan Lambert (Pierre), Frédérique Bel (Kathy), Nicolas Bedos (Antoine), Elisa Sednaoui (Anne)
Anno: 2011
Durata: 98′
Origine: Francia, Belgio
Genere: commedia
Produzione:
Distribuzione: Moviemax
Data di uscita: 29 giugno 2012

Immagini galleria fotografica
Video trailer e filmati

Trailer originale
Recensionescritta da Lia Colucci

Ex critico letterario ed ex-redattore di un’agenzia pubblicitaria arrivato al successo nel 2000 con il romanzo d’esordio 99 francs – che denunciava dall’interno il mondo della pubblicità – Frédéric Beigbeder esordisce ora dietro la macchina da presa con L’amore dura tre anni (L’amour dure trois ans), tratto dal suo terzo libro. Si tratta di una commedia romantica con una forte componente autobiografica, visto che Marc Marronnier (il protagonista interpretato dall’astro nascente Gaspard Proust, sulla cui brillante ascesa siamo pronti a scommettere) è appunto un critico letterario che, dopo aver visto fallire il proprio matrimonio, si ritrova a scrivere di getto un pamphlet contro l’amore. Il suo libro, pieno di provocatorio risentimento e ironia nichilista (tipica dello stile di Beigbeder), ottiene un incredibile quanto insperato successo di critica e di pubblico. Tutto ciò a dispetto dell’avventura che lo stesso neoautore si ritrova a vivere con la moglie del proprio cugino, conosciuta durante il funerale della nonna e capace di riaccendere in lui la passione verso l’altro sesso. Peccato che, a dispetto della felice intuizione sul casting (oltre che su quella di Proust vale la pena scommettere anche sulla carriera della protagonista femminile, Louise Bourgoin), del bell’incipit (una vecchia intervista di Charles Bukowski nella quale lo scrittore americano dichiara la propria cinica posizione sull’argomento: «L’amore è come la nebbia che scompare al primo barlume di realtà») e dello stesso stile letterario di Beigbeder, il film si avvalga di uno script infarcito di luoghi comuni, di dialoghi non sempre brillanti e di passaggi narrativi convenzionali. E che soprattutto punti su una regia che, invece di proporre una visione personale, preleva a piene mani soluzioni stilistiche e narrative dall’immaginario pop (dal videoclip alla sit-com) o da quello godardiano (interpellazione diretta alla macchina da presa, uso della voice over dell’autore, divisione in capitoli e le parole del romanzo che appaiono come didascalie), riproducendo di fatto un testo derivativo ma senza né testa né cuore. Quello che insomma più lascia perplessi è che nel passaggio da un linguaggio a un altro, ovvero dal testo scritto a quello audiovisivo, lo stile di Beigbeder sembra essersi snaturato, perdendo il tratto provocatorio e corrosivo in favore di uno stile preconfezionato.

LIA COLUCCI

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