08/01/08 – Cinema e censura continuano la loro corsa, l’una a rincorrere un’arte che – dal 1895 – fa scandalo, suscita scalpore, fa sorridere. Così come fanno inorridire i nuovi dettami di una Cina postmoderna, che paga a caro prezzo i lasciti di un regime sordo ma che vede benissimo, continuando un’insensata lotta all’ultimo sangue con i suoi artisti migliori, rei di rappresentare con uno slancio di realismo la condizione di milioni di concittadini. E’ successo nei giorni scorsi a “Lost in Bejing” (Persi a Pechino) della giovane cineasta Li Yu, che si è vista ritirare dalle sale la propria pellicola (presentata lo scorso anno al Festival di Berlino). Un film che ha allarmato le autorità cinesi che, dopo un mese di programmazione nelle sale, lo ha bandito in tutto il paese, diffidando il produttore Fang Li dal produrre film per due anni. Il tutto per delle scene di sesso esplicite – tagliate nella versione uscita in sala – che il produttore avrebbe fatto circolare nel mercato illegale, alimentando così le curiosità e le aspettative degli spettatori cinesi. Una vicenda che sembra essere stata creata ad hoc per giustificare una simile vergogna, in una paese che si appresta a “civilizzarsi” per ospitare le prossime olimpiadi e che, allo stesso tempo, lotta con un mostro invincibile e duraturo: la sessualità .
scritto da Redazione il 08.01.2008 alle 08:38