Secondo film coreano in concorso al Festival di Cannes, dopo l’ottimo In Another Country di Hong sang-soo, The Taste of Money (Do-nui mat) di Im Sang-soo è probabilmente il peggior titolo presentato quest’anno per competere alla Palma d’Oro. Slabbrato e sfilacciato narrativamente, con dei personaggi monodimensionali e una tesi anti-borghese confusa e annacquata, The Taste of Money replica e copia male situazioni e eventi di The Housemaid, precedente film di Im Sang-soo presentato due anni fa sulla Croisette e uscito la scorsa stagione anche in Italia.
Raccontando i soprusi che subiva una cameriera assunta da una famiglia altolocata, già The Housemaid aveva il difetto di un eccessivo schematismo ideologico, una sorta di ambizioso apologo contre la bourgeoisie che guardava a Chabrol e Bunuel, ma si risolveva in un decente film di genere. Con un suo piglio a tratti visionario, comunque, il film in quel caso dava almeno l’impressione complessiva di una operazione accettabile. Quel che però in nuce era già leggibile in The Housemaid diventa palese in The Taste of Money dove – perdendosi in accozzaglie di situazioni e gag – neppure si riesce a raggiungere la compattezza minima richiesta da un film di genere.
Il protagonista è Young-jak, segretario di una ricca famiglia coreana, in cui il pater familias tradisce abitualmente la moglie, provocando così alla lunga una serie di reazioni e contro-reazioni, che coinvolgono lo stesso Young-jak. Persino mal diretto e con una fotografia livida e grigia, The Taste of Money accumula situazioni sganciate da un vero filo narrativo e che si risolvono in gag grossolane. Il registro della comicità (non riuscita) sembra in effetti prevalere in The Taste of Money rispetto al precedente The Housemaid, così come prevale una sorta di compiacimento, di strizzatine d’occhio che diventano palesi e fastidiose quando entra in scena Darcy Paquet, esperto di cinema coreano e selezionatore ad esempio per il Far East Film Festival, che si regala una parte vera e propria all’interno della pellicola. Usare come attore un selezionatore di festival (che tra l’altro recita malissimo) appare davvero come una mossa totalmente auto-referenziale e – per certi versi – rivelatrice della reale natura dell’intero progetto: The Taste of Money è un film realizzato a uso e consumo dei festival internazionali europei, e lo conferma poi il fatto che i personaggi vivono e si comportano come se si trovassero nel Vecchio Continente (bevono vino rosso e ascoltano musica classica, ad esempio, come già accadeva in The Housemaid). Un’operazione completamente insincera che dispiace vedere accolta al Festival di Cannes, quando dall’Estremo Oriente continuano a esserci nomi ben più validi di un manierista come Im Sang-soo.
Scritto il 26.05.2012