SCHEDA FILM: The way back
Trama: 1939. Accusato di spionaggio, Janusz, soldato dell’esercito polacco viene condannato a vent’anni di lavori forzati in un gulag siberiano. Durante la reclusione stringe si lega ad altri compagni di sventura, con i quali organizza una rocambolesca evasione che li porterà a percorrere migliaia di chilometri, prima di raggiungere l’India nel 1941.
Titolo originale: The Way Back
Regia: Peter Weir
Sceneggiatura: Peter Weir, Peter Weir
Fotografia: Russell Boyd
Montaggio Lee Smith
Musica: Burkhard von Dallwitz
Cast: Jim Sturgess (Janusz), Colin Farrell (Valka), Ed Harris (mr. Smith), Mark Strong (Khabarov), Saoirse Ronan (Irena), Gustaf Skarsgård (Voss), Alexandru Potocean (Tomasz), Dragos Bucur (Zoran)
Anno: 2010
Durata: 133′
Origine: Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Polonia
Genere: drammatico
Produzione: Monolith Films, On the Road, Point Blank Productions, Polish Film Institute
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 06 luglio 2012.
Raccontare l’uomo, i suoi istinti primordiali, il suo mistero è sempre stato uno dei punti nodali della filmografia di Peter Weir, che a nove anni da Master & Commander torna finalmente nelle sale nostrane con The Way Back, tortuoso percorso di formazione di un gruppo di uomini in fuga verso la libertà. Realizzato nel 2010 e tratto da un romanzo di Slavomir Rawicz (edito in Italia da Corbaccio con il titolo Tra noi e la libertà), The Way Back racconta l’ardimentosa evasione di un gruppo di detenuti in un Gulag siberiano che, tra il 1939 e il 1941, dopo una marcia lunga oltre 6500 chilometri, raggiunge il continente indiano. Al centro della vicenda troviamo il polacco Janusz (Jim Sturgess), condannato ai lavori forzati per spionaggio. La sua patria, invasa a est dalla Germania nazista e a Ovest dalla Russia di Stalin è l’emblema perfetto di un’identità strappata e vituperata e, come quella dei prigionieri del gulag, tutta da ricostruire. Nel campo siberiano Janusz stringe subito amicizia con un attore cinematografico (Mark Strong), un americano emigrato a Mosca in seguito alla grande Depressione per costruire la metropolitana (Ed Harris), un disegnatore suo compatriota (Alexandru Potocean), un ragazzo reso quasi cieco dall’inedia (Sebastian Urzendowsky), un prete lettone (Gustaf Skarsgård) e un contabile yugoslavo (Dragos Bucur). Al gruppo si unisce poi il perfido e tatuatissimo Valka (Colin Farrell), membro di una pericolosa genìa di criminali di strada, ora in fuga dai debiti di gioco contratti nel campo.
Fatte le presentazioni, in maniera a dire il vero alquanto schematica, The Way Back, una volta uscito dal claustrofobico recinto sovietico, si libra in paesaggi di ogni genere e foggia (il film è co-prodotto dal National Geografic) lasciando libero sfogo al talento visivo di Weir e alla splendida paletta di colori, che va dalle atmosfere brumose delle foresta a quelle polverose dei deserti, orchestrata da Russell Boyd, talentuoso direttore della fotografia da anni al fianco del regista, in ogni latitudine (Picnic a Hanging Rock, L’ultima onda, Gli anni spezzati, Un anno vissuto pericolosamente, Master & Commander).
Evitando con accortezza sequenze ad episodi, dissolvenze ed eventuali ellissi, The Way Back compie il percorso nella sua interezza, al fianco dei suoi personaggi, centellinandone elementi caratteriali e traumi dal passato. Così tra esplosioni di instinti primordiali e concessioni ad un’etica più compassionevole, i personaggi, passo dopo passo, conquistano non solo la “astratta” libertà ma anche la ben più concreta “identità”. Qualche eccessiva semplificazione narrativa fa capolino qua e là interrompendo il fluire delle immagini: ecco che nelle soste notturne si fa un po’ il punto della situazione, si ricordano i compagni deceduti e nascono idee ardite come quella di attraversare l’Himalaya a piedi (proposta accolta forse con eccessivo entusiasmo), qualcuno nel frattempo si industria per caccia e pesca, mentre il disegnatore affresca le caverne. Nonostante qualche smagliatura di scrittura, resta però sempre vivo il senso dell’epica, incontaminata la grandiosità delle immagini. Weir, come nel suo lontano film del 1981 Gli Anni spezzati, torna a riflettere sulla fine delle illusioni giovanili, che lì si scontravano con la durezza della guerra in funzione di un affresco pacifista, mentre qui, piegate dalle storture di un regime – quello comunista – crudele e incomprensibile, riescono man mano a riemergere e a ricollocare l’essere umano al centro del quadro. Dopo un’immersione per nulla confortante nella natura e nella “sua natura” l’uomo riscopre, oltre all’istinto basico di sopravvivenza, anche quello, altrettanto radicato e vero, della pietà e della condivisione. Se poi il protagonista può apparire a tratti eccessivamente etereo e astratto (è il Jim Sturgess di Across the Universe) ci pensa il ben più terragno Ed Harris a riposizionare l’ago della bilancia, mangiandosi letteralmente la scena, com’è d’uso suo. L’alchimia che si instaura tra l’attore veterano e la giovane Saoirse Ronan (qui nei panni di una fanciulla in fuga da un orfanotrofio) raggiunge picchi di scarna e avvincente commozione, mentre Weir rilegge il cliché della relazione padre-figlia ammantandolo di toni agiografici dalla spiritualità tutta umana. Finisce perciò per spiazzare quel breve riassunto sulla storia della Polonia che dovrebbe ristabilire la centralità di un personaggio, quello di Sturgess, la cui unica funzione è stata quella di sognare il proprio ritorno a casa ed esortare gli altri alla marcia, senza però riuscire stabilire un reale contatto con loro. Quanto a Colin Farrell nel ruolo del russo tatuato e violento, la sua performance, improntata ad una mimesi estrema (ha un dente d’oro, parla russo ed è di fatto quasi irriconoscibile) risulta alquanto sopra le righe se non addirittura autoreferenziale, al punto che l’uscita di scena del personaggio, duole ammetterlo, giova al film, alla sua coesione e a quella tra gli altri personaggi. Ai superstiti non resta infatti che ricordarlo attorno al falò, come si fa con quegli archetipi fuoriusciti da una fiaba cupa ed inquietante, leggendari sì, ma in fondo mai realmente esistiti.
Scritto il 05.07.2012