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Venezia: “Il grande sogno”

 

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“Il grande sogno” di Michele Placido delude in concorso a Venezia: ennesimo equivoco sul cinema popolare italiano

(Dal nostro inviato Massimiliano Schiavoni)

il20grande20sogno20109/09/09 – La storia di Michele Placido a Venezia inizia a farsi lunga e travagliata. Non è la prima volta che le sue opere vengono presentate in concorso al Lido andando incontro a tiepide, quando non brutali, accoglienze da parte almeno della stampa specializzata. Lo stesso copione si è ripetuto anche stavolta; al termine della proiezione stampa de “Il grande sogno” ci sono stati fischi, ululati, un po` d`applausi, ma un generale sconcerto. Si potrebbe attribuire tutto questo a una ricorrente litania, ovvero al (vero o presunto) spocchioso atteggiamento della critica verso il cinema italiano, quantomeno verso il cinema italiano di taglio popolare. Se fosse così, mi troverei in totale disaccordo. Un festival internazionale, anche nella sua sezione ufficiale di concorso, deve restare aperto, a mio avviso, a qualsiasi forma di cinema, purchè sia cinema riuscito, compatto, ispirato. L`horror più trucido e ridanciano (ogni riferimento a Romero è puramente casuale) può trovare comunque una sua collocazione in un festival, in concorso o meno, se manifesta una pur vaga compattezza, un`idea di cinema, un progetto filmico forte. Il cinema popolare può rivelarsi di altissimo valore, e ne è prova la retrospettiva sul cinema italiano invisibile dagli anni 40 in poi che proprio in questi giorni anima una delle sezioni collaterali in laguna, dove sono passate opere di Mauro Bolognini, Franco Rossi, Damiano Damiani, cinema da grande pubblico ma di notevole valore narrativo e figurativo.

Michele Placido non ha mai fatto misteri sui suoi intenti cinematografici. Come regista è da sempre alla ricerca di un cinema popolare, che spesso affonda le sue radici nella storia e nella cultura italiana. Probabilmente aspirerebbe al ruolo di illustratore (non analizzatore) di alcune pagine storiche dimenticate (“Romanzo criminale”) o controverse (“Il grande sogno”), tramite lo strumento di una tradizionale impostazione romanzesca che non disdegna il melodramma, nero o rosa, se non addirittura il fotoromanzo. Intento rispettabilissimo: una forte scelta di genere non compromette un film a priori, anzi dal cinema di genere sono giunti veri capolavori. Il “grande sogno” di Placido sembra essere, in realtà , la restaurazione di un grande cinema italiano, al contempo significativo e spettacolare, che torni a riempire le sale. Ma il suo ultimo film, purtroppo, è malriuscito proprio nella sua totale mancanza di progettualità  narrativa, di saldezza stilistica, pure nella sua incapacità  di calarsi nel genere a cui l`autore l`ha destinato. Ben venga pure il melodramma sul `68, privo di riflessione e analisi storica, ben venga ugualmente. Ma allora che sia vero melodramma, ben costruito, coerente e avvincente. “Il grande sogno” non regge come melodramma civile, non appassiona come melodramma tout court, è banalissimo e zeppo di luoghi comuni come melodramma familiare (il personaggio del padre è intollerabile, e affossa anche un grande attore come Massimo Popolizio), e non si salva neppure sul cotè storico-politico, visto che, di fatto, del `68 non racconta nulla, se non anonimi scontri di piazza e rivoluzionarie assemblee di facoltà , che potrebbero appartenere al `68 italiano come di qualsiasi altro paese europeo. Nessuna specificità  narrativa sul nostro paese in una delle sue fasi più problematiche, ricostruzione storica approssimativa con vari scivoloni; solo personaggi-figurina, interpretati da attori pure poco credibili come protagonisti della “primavera studentesca”. Sul piano tecnico e stilistico resta qualche virtù, soprattutto di ordine fotografico. Placido alterna il colore, il bianco-e-nero, le immagini di repertorio (vere e ricostruite), e tramite tali strumenti prova a buttarla sulla rievocazione nostalgica. Ma, trattandosi di una vicenda in parte autobiografica, è sconcertante quanto tutta l`opera manchi di cuore. Sarà  difficile commuoversi pure per chi quegli anni li ha vissuti, anzi forse ne sarà  irritato.

Nessun preconcetto, insomma, verso il cinema popolare. Semplicemente “Il grande sogno” è un film infelice, sbagliato, che manca i propri obiettivi. Dubito, infatti, che riesca a incontrare i favori di chi è in cerca di storie appassionanti e di largo respiro. Al grande pubblico piace il melodramma, e piace anche il classico cinema d`impegno civile e rievocazione storica; ma per farlo felice è necessario che il melodramma, l`impegno civile e la rievocazione storica, siano ben strutturati, coerenti ed emozionanti.

Favicon scritto da Redazione il 09.09.2009 alle 16:16

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