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Venti anni

Le vite di un uomo e una donna si mescolano a materiali d'archivio e interviste per raccontare in una bizzarra docufiction rosa le origini dell'attuale crisi finanziaria. Intervista alla regista Giovanna Gagliardo.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM

Trama: Dalla Berlino di quello storico 9 novembre 1989 alla Roma dei giorni nostri. Le vite dell’italiano Giulio e della tedesca Marta, allora ventenni entusiasti e idealisti, oggi quarantenni impelagati in lavori precari, rispettivamente nel mondo della finanza e dell’editoria. Ancora animati da quell’afflato di speranza e buona volontà, i due raccontano le loro esperienze, le loro vite e il loro destino comune che li ha portati a incrociarsi ancora una volta in occasione di un altro evento fatidico: il 16 settembre del 2008, giorno del crack della banca americana Lehman Brothers.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Venti anni
Regia: Giovanna Gagliardo
Sceneggiatura: Giovanna Gagliardo, Enrico Medioli
Fotografia: Roberta Allegrini, Massimiliano Maggi
Montaggio Annalisa Forgione
Musica: Gianluca Podio
Cast: Enrico Ianniello (Giulio), Lea Karen Gramsdorff (Marta), Edie Samland (madre di Marta), George Meyer (padre di Marta), Giuseppe De Rosa (padre di Giulio), Veronica Raucci (Donatella)
Anno: 2011
Durata: 80′
Origine: Italia
Genere: docufiction
Produzione: Madeleine, in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: Bim Distribuzione
Data di uscita: 15 giugno 2012

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Recensionescritta da Silvio Grasselli

1989, un ragazzo e una ragazza s’incontrano a Berlino durante i festeggiamenti per la caduta del muro. Venti anni più tardi i due – dopo aver condotto in parallelo due agiate vite borghesi, uno impiegato nell’alta finanza, l’altra ai più alti livelli dell’industria culturale mondiale – capiscono di dover convertire la lunga relazione a distanza – tra Berlino, Londra e New York – in un definitivo percorso di coppia. La linea narrativa di un vecchio fotoromanzo? Il plot di una commedia romantica figlia dell’attuale declino di Hollywood? No: la sintesi dell’intreccio di una “docu-fiction” degna – così ha deciso la preposta commissione di valutazione – del riconoscimento dell’ambito titolo “film d’interesse culturale nazionale” e del relativo sostegno economico, in questo caso corrispondente alla cifra – non proprio usuale – di trecentocinquantamila euro.

Brutta storia questa del nuovo lungometraggio di Giovanna Gagliardo - prima giornalista poi sceneggiatrice per la televisione (Rai) e per il cinema (per Lattuada e Jancsò) -, non solo nel senso di un racconto mal progettato, troppo scritto e malissimo diretto: che in questi anni difficili arrivi in sala un film tanto carente sotto tanti, troppo punti di vista e che lo faccia grazie all’avallo di Rai Cinema e del Ministero prima, di una distribuzione prestigiosa come la Bim poi, più che intristire fa rabbia.

Se si legge la sinossi ufficiale, le note di regia, perfino le recensioni già uscite (la rapidità in questi casi non è mai un buon segno) sulle pagine (analogiche o digitali poco importa) di giornali e riviste si trova descritto un film a forte vocazione riflessiva che sceglie di tornare nel passato per scoprire le radici, le ragioni e le dinamiche dello sviluppo della crisi – non solo economico-finanziaria- di questo presente. Insomma se non un film antinarrativo, quantomeno un film “poco narrativo”. Invece Gagliardo, dopo un incipit istituzionalmente dedicato ai materiali di repertorio, alla prima presentazione dei personaggi, vira drasticamente verso una narrazione romanzesca, del tutto priva di elementi documentali e improntata al più puro, schematico e appariscente dei naturalismi: come in una soap opera, come in uno sceneggiato rosa, si procede attraverso set puliti, nitidi, ordinati, allestiti proprio come in una vetrina da fiera del mobile, esterni prevedibili e standardizzati, con i gelidi attori – nel ruolo di narratori della loro propria storia (d’amore) – a snocciolare monologhi verbosi, ridondanti, appesantiti da una vaga e vana letterarietà. L’ideologia del film è, coerentemente, ispirata da un angusto schematismo: il tramonto del comunismo ha lasciato campo libero al capitalismo, che, una volta azzerato il suo peggior oppositore, ha raggiunto una deriva che l’ha spinto ben oltre ogni ragionevole misura.

Ma allora – si domanderà forse qualcuno – dove starebbe la “parte documentaria” del film? Infiltrata nei lunghi monologhi didascalici  che usano la Storia come sfondo e che riducono spirito del tempo, fatti, abitudini, idee a illustrazione, fondale di cartapesta, nota di gusto, sterile e inerte trend passeggero. Fino a che, proprio in fondo al film, i due protagonisti non si ritrovano, senza nessuna motivazione forte di sceneggiatura, dentro un museo: così inizia una breve, raffazzonata collezione d’interviste ad autorevoli, disparati personaggi di spicco tra giornalisti, artisti, economisti (da Pistoletto a Galli della Loggia, da Navarro-Valls a Fitoussi). Una ragguardevole serie di frasi appese per aria, pezzi di riflessioni ben più ampie che, una volta mozzate, vengono – anche queste – ricondotte nel grigissimo flusso del convenzionale. Ottanta minuti di insulti allo spettatore.

SILVIO GRASSELLI

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    Interviste i protagonisti raccontano

    Intervista a Giovanna Gagliardo
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