L’accattone

cid_3293701364_746816.jpg19/05/08 – Dopo la scrittura dei romanzi degli anni `50 Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), nel 1961 Pier Paolo Pasolini impugna la macchina da presa per un esordio cinematografico folgorante. Esattamente come la produzione narrativa, anche l`esperienza filmica di uno dei più importanti personaggi della cultura italiana del Novecento rivela un`ispirazione populista incentrata sui ragazzi delle borgate romane e sulle loro «derelitte quotidianità ». Dal giovanissimo Bernardo Bertolucci aiuto regista a Sergio Citti collaboratore ai dialoghi dialettali, dalla Passione secondo Matteo di Johan Sebastian Bach al «sole e alla polvere» nel bianco e nero di Tonino Delli Colli, Accattone rimane ancora oggi l`indimenticabile, primo contributo che il poeta-romanziere-giornalista-critico Pasolini ha dato alla storia del cinema italiano.

La docente universitaria Stefania Parigi apre il suo denso e ammirevole saggio con l`arrivo di P.P.P. a Roma, nel 1950, e l`incontro di questi col mondo del cinema (le collaborazioni con Fellini, Bolognini, Lizzani), per poi illustrare il linguaggio cinematografico inseguito dal regista, alla ricerca di un «pensiero teorico» che postulasse la sua intenzione artistica cinematografica. Accattone viene poi riconsiderato dall`autrice nella sua puntuale suddivisione in sequenze e sottosequenze, dalla quale scaturisce l`analisi di alcuni temi figurativi del film quali «il sole e la polvere» e «gli angeli, le croci e le stelle». E se il discorso sull`«esergo dantesco», ossia sulla citazione di alcuni versi del canto V del Purgatorio posti in apertura del film, lega (solo apparentemente) Accattone al tema della redenzione morale – cattolica – del protagonista, il discorso su «l`occhio di Masaccio» lega invece il film alla matrice pittorica costantemente inseguita da Pasolini nella costruzione visiva delle singole inquadrature. A tal proposito, la Parigi ricorda le parole dello stesso P.P.P.:

«In Accattone mancano moltissimi degli accorgimenti tecnici che vengono generalmente usati: in Accattone non c`è mai un`inquadratura, in primo piano o no, in cui si veda una persona di spalle o di quinta; non c`è mai un personaggio che entri in campo e poi esca di campo; non c`è mai l`uso del dolly, con i suoi movimenti sinuosi, «impressionistici», rarissimamente vi sono dei primi piani di profilo o, se ci sono, sono in movimento. [...] Per me tutte queste caratteristiche che ho qui elencato frettolosamente, sono dovute al fatto che il mio gusto cinematografico non è di origine cinematografica, ma figurativa. Quello che io ho in testa come visione, come campo visivo, sono gli affreschi di Masaccio, di Giotto – che sono i pittori che amo di più, assieme a certi manieristi (per esempio il Pontormo). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica, che ha l`uomo come centro di ogni prospettiva. Quindi, quando le mie immagini sono in movimento, sono in movimento un po` come se l`obiettivo si muovesse su loro sopra un quadro; concepisco sempre il fondo come il fondo di un quadro, come uno scenario, e per questo lo aggredisco sempre frontalmente. E le figure si muovono su questo fondo sempre in maniera simmetrica, per quanto è possibile: primo piano contro primo piano, panoramica di andata contro panoramica di ritorno, ritmi regolari (possibilmente ternari) di campi, ecc. ecc. Non c`è quasi mai un accavallarsi di primi piani e di campi lunghi. Le figure in campo lungo sono sfondo e le figure in primo piano si muovono in questo sfondo, seguite da panoramiche, ripeto, quasi sempre simmetriche, come se io in un quadro – dove, appunto, le figure non possono essere che ferme – girassi lo sguardo per vedere meglio i particolari. Sicchè la mia macchina da presa si muove su fondi e figure sentiti sostanzialmente come immobili e profondamente chiaroscurati.»

Chiude lo straordinario lavoro di Stefania Parigi una ricercata «antologia critica», in cui si sovrappongono in maniera emozionante le parole di Carlo Levi e Ugo Casiraghi, Alberto Moravia e Morando Morandini, oltre a quelle di Bernardo Bertolucci e dello stesso, tutt`oggi compianto, Pier Paolo Pasolini.

Dalla quarta di copertina:

«Dopo quasi cinquant`anni Accattone non ha perso nulla della carica sconvolgente ed eversiva che suscitò, alla sua uscita, forti clamori di cronaca, violente contestazioni e l`intervento della censura nel 1961. Lo si può guardare come un`aspra denuncia sociale delle condizioni di vita dei sottoproletari romani o come lo straordinario documento antropologico di un passato che ancora si proietta nel presente. Lo scenario della periferia, infatti, accoglie continuamente nei suoi gironi infernali nuove figure di emarginati. Ma, al di là della dimensione politica o sociologica, la forza del film risiede soprattutto nella sua prospettiva estetica. Accattone è la folgorante invenzione di uno stile che, attraverso un raffinato primitivismo, infrange le regole della bella scrittura cinematografica e i consueti canoni neorealisti di rappresentazione della povertà . Privi di qualsiasi proiezione in un mondo migliore, i suoi delinquenti pieni di innocenza non hanno speranze di redenzione sociale o religiosa, sono tragici eroi dell`impotenza e del nichilismo. Il loro unico riscatto è affidato alla trasfigurazione mitica dello sguardo pasoliniano.»

Favicon scritto da Redazione il 19.05.2008 alle 01:21 in Blog, Comunicato Stampa
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