george-pelasan:l’ossessione

25/09/09-“Una cosa tra filosofi e cineasti” l`aveva definito Enrico Grezzi, direttore artistico del festival…

(Dalla nostra inviata Giovanna Barreca)

25/09/09-“Una cosa tra filosofi e cineasti” l`aveva definito Enrico Grezzi, direttore artistico del festival “Il vento del cinema”, evento della suggestiva Prochyta – come Virgilio chiamava l`isola di Procida, nel mar Tirreno, a nord-ovest del golfo di Napoli. Solo sbarcando e assistendo alle prime proiezioni abbiamo davvero capito quello che significava il valore del vento nel cinema, che “ha bisogno dell`idea dell`isola in mezzo al mare: cinema concentrazionario e allo stesso tempo libero”.

locandinaLa prima giornata è stata caratterizzata dalla presentazione di un ventaglio molto ampio di film che hanno a che vedere, nelle accezioni più diverse, con il tema del festival `L`incompiuto cinema`. Si è partiti con “Pilatus und andere” di Andrej Wajda, 1972, un film incompiuto e lontanissimo dal Wajda epico, che si ispira al romanzo di Bulgakov Il maestro e margherita riprendendone solo gli elementi relativi alla vicenda di Gesù e Pilato in Galilea, ambientando la vicenda ai giorni nostri e complicandola aggiungendo lo sguardo straniato dei personaggi. “àˆ rimasto un film straordinariamente aperto e disfatto, insoddisfatto, fatto con e di televisione e molto teatrale” sottolinea Ghezzi presentandolo alla platea nel cinema hall. Poi l`ossessione, la concezione di questa condizione che rimane sospesa – “qualsiasi ossessione è la forma del cinema” – è stata il tema dominante sia del film della francese Aurèlia Georges sia della riscoperta (a Procida in prima nazionale) del saggio di diploma di Artavadz Pelechian, anno 1964. L`autore armeno ha realizzato solo 4 film, ma ha rivoluzionato la storia del cinema e del montaggio. Qui i protagonisti sono un gruppo di lavoratori addetti alle ferrovie che lottano contro le avversità  della natura cercando di impedire frane nei ridossi dei binari. “Pelesan ha lavorato non solo con immagini sue per questo film-documento che sembra un classico film sovietico, gioca con l`ossessione principale: il farsi capire e riconoscere da chi ha prodotto il film e da chi andrà  a vederlo. Questo è una pellicola dove deve prodursi l`immagine e c`è qualcosa di strano che accade”.

La trentasettenne regista francese che il direttore artistico ha definito “autrice che con la sua opera prima ci fa giocare molto con l`incompiutezza”, ha parlato del suo “L`homme qui marche” (2007, mai distribuito in Italia) subito prima la proiezione. Il titolo si può tradurre con “l`uomo che cammina” anche se Ghezzi ha sottolineato come in marcher ci sia sempre qualcosa di più e di come sia stato colpito dalla storia dello frame del film "la maison nucingen" di raul ruizscrittore Viktor Atemian, protagonista del film, “la cronaca più che di una morte, di una sparizione di tutto quello che si vede nel film: le sue spoglie sono l`unica traccia di questa sparizione, la traccia di un fantasma”. La traccia di una morte per un finale grave e tragico perchè l`uomo che aveva continuato a scriversi e a isolarsi sempre più alla fine morirà  di fame di fronte a “Les deux magots”, celebre cafè parigino. “L`azione ha inizio negli anni `70 – precisa la regista- anche se non voluto ricostruire quell`epoca dal punto di vista architettonico ma solo riprodurne lo spirito proprio perchè questo film è diventato quasi un`ossessione e lo spirito di quegli anni mi ha coinvolta ed è incarnato dall`uomo che cammina, l`anima del film”. Poi, chiarendo cosa l`ha guidata nella definizione di questo protagonista, aggiunge: “Ho ripreso quest`uomo in maniera delicata, ed era questo che rappresentava lo spirito del tempo e questo che pensavo di voler comunicare principalmente. Quando qualcuno prende come oggetto una sua ossessione o la storia ossessiva di un altro, molte condizioni confluiscono in una deriva che non è solo abbandono”. Raul Ruiz, protagonista di un vasto omaggio, ha voluto sottolinerare come nel film della collega ci sia “qualcosa di strano che accade e cammina” e che il film ha profondamente commosso sia lui che la moglie (Valeria Sarmiento, montatrice dei suoi film), esuli cileni dopo il colpo di stato del dittatore Pinochet: “Ci ha fatto venire in mente ricordi del nostro passato perchè ci ha portato a un livello metafisico. E` un dialogo d`esuli, che ha la gravità  e l`umore della ricostruzione di un`epoca che ho riconosciuto e che dava autenticità  alla storia”.

A fine serata è stato il suo “La maison nucingen”, il primo dei diversi film incompiuti e inediti nel nostro paese: un horror irreale ambientato in Cile nel 2008. E` uno dei suoi ultimi lavori ed è un film-omaggio alle pellicole di serie B che hanno riempito l`adolescenza del regista che per questo si è imposto un budget non importante e tempi di lavorazione serrati per un lungometraggio che, come dice Ruiz, “cerca di mettere il fantastico fuori dallo schermo per comporre un `pastiche` sui vampiri”.

Favicon scritto da Redazione il 25.09.2009 alle 23:45 in Blog, Festival
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