Parola al Cinema
29/01/10 – Sul piano narrativo “Tra le nuvole” di Jason Reitman appare in primo luogo un inusuale…
Parola al Cinema – Uno sguardo sulla sceneggiatura
“Tra le nuvole”: commedia impegnata americana, come al solito priva di qualsiasi radicalità
(Rubrica a cura di Massimiliano Schiavoni)
29/01/10 – Sul piano narrativo “Tra le nuvole” di Jason Reitman appare in primo luogo un inusuale innesto: una tematica sociale, anzi mondiale, visto che la recessione economica ha messo in crisi gli equilibri di tutto l’Occidente, incastonata su una base di solida e tradizionale commedia americana di caratteri e sentimenti, fatta di dialoghi sofisticati e brillantissimi, che qui, più che nella media di prodotti simili, conferiscono una credibile profondità ai singoli personaggi. Più alle due figure femminili di contorno, a dire il vero, che al protagonista, appesantito da una ridondante voce-off e soprattutto difficilmente percepibile come personaggio in quanto interpretato da George Clooney. Attore di grande carisma e di buon talento, Clooney ormai è troppo star per incarnare davvero qualcun altro, e ogni volta pare di vedere lui stesso in vesti diverse, un po’ come per i film di Totò: “Clooney Giornalista”, “Clooney Soldato”, “Clooney Tagliatore di Teste”, “Clooney Avvocato”, “Clooney al Giro d’Italia”… Le due figure femminili, invece, sono un bel risultato di sceneggiatura: valga per tutte, la bella scena del dialogo a tre a uno dei tanti Hilton, dove la matura Alex confronta le proprie amarezze con l’entusiasta, efficientissima e un po’ irritante Natalie ventitreenne. Due figure ben narrate, senza didascalismi, due maniere, diversificate dall’età e generazione, di affrontare la vita, da un lato con disillusa consapevolezza, dall’altro con tipico idealismo e perfezionismo giovanile. Sorprende un po’, a dire il vero, l’entusiasmo globale con cui “Tra le nuvole” è stato accolto; è sicuramente un film dignitoso, scritto bene, che si concede qualche bella libertà narrativa (tutta la parte del matrimonio della sorella di Ryan, la festa tra colletti bianchi, deprimenti nel vederli ballare con tutti i loro badge appesi al collo), ma che, malgrado la tematica affrontata, resta radicato visceralmente in furbi schemi narrativi mainstream, un po’ più fastidiosi del solito poiché funzionali all’evitamento di ogni vera sgradevolezza riguardo a un tema che, purtroppo, può essere solo sgradevole. Su disoccupazione e licenziamenti, forse, in questi tempi cupi non si ha tanta voglia di vedere storie smussate.
La struttura narrativa, in primo luogo, ripercorre gran parte delle costruzioni hollywoodiane: un problema (si badi bene: il problema non è “affrontare le conseguenze della crisi economica”, bensì “trovare un metodo più umano per licenziare lavoratori”), la definizione di schieramenti opposti nella risoluzione di tale problema (la “vecchia scuola” di Ryan, che almeno ha il coraggio di guardare in faccia i suoi licenziati vs. Natalie e l’insostenibile freddezza del licenziamento online), una climax forte in cui il conflitto raggiunge il suo apice (la maggiore difficoltà: il primo esperimento di licenziamento online a Detroit, con sbrocco del lavoratore), un accattivante McGuffin a fare da filo conduttore (la sagoma dei futuri sposi da fotografare ovunque), e il tipico “personaggio che cambia”, qui raddoppiato in Ryan e in Natalie, che sul finale si avviano a una personale redenzione. Meno eclatante in Ryan (ma intanto regala le sue miglia al viaggio di nozze della sorella…), plateale in Natalie, che si licenzia e cambia lavoro. Fine meno lieta del solito, è vero, ma pur sempre lieto fine, mascheratissimo e perciò furbissimo. Senza dimenticare il telefonatissimo suicidio, che sulle prime sembra una provocazione ma chi ha buon naso capisce subito che avverrà sul serio, e che qui è soltanto funzionale alla redenzione di Natalie. E non è bello ridurre un suicidio tanto tragico a puro dispositivo narrativo in funzione del riscatto di un personaggio.
In astratto, il dispositivo narrativo del “personaggio che cambia” è il più classico, il più americano e il più odioso, soprattutto perché, anche nel dramma più disperato, il personaggio cambia sempre in meglio, e lo spettatore se ne va a casa rasserenato. Nella fattispecie di “Tra le nuvole” il “Ryan che cambia” è ben radicato in tutto il progetto narrativo a monte, in quanto, come spesso accade nel cinema americano mainstream, si preferisce raccontare di un individuo e dei suoi presunti dilemmi morali legati a una situazione sociale, piuttosto che affrontare di petto la situazione sociale in sé. Più facile parlare di un individuo, ovviamente, che di una società: il massimo sarebbe parlare di una società tramite un individuo, ma là ci arrivano solo i maestri. E’ evidente che Reitman e i suoi sceneggiatori cercano l’empatia col protagonista, e la stimolano negli spettatori. Il mondo è cattivo, certe figure professionali esistono e devono esistere, ma almeno cerchiamo di fare il nostro lavoro con classe e onestà: questo, più o meno, è il nocciolo della storia. Tuttavia, riesce molto difficile appassionarsi e credere ai dilemmi di un protagonista simile. Clooney ormai ci ha abituati alle sue lotte contro i “mondi grigi” in cui è spesso imprigionato (v. anche Michael Clayton di Tony Gilroy), ma son sempre lotte che rifiutano qualsiasi radicalità narrativa. Radicalità, si badi bene, non intesa come un obbligatorio inasprimento dei conflitti drammatici e come totale evidenza degli stessi conflitti (ciò che potrebbe sfociare in un cinema inutilmente didascalico), ma che, semplicemente, tenga lontana la narrazione da una diffusa tendenza all’autoindulgenza. Che chiami le cose con il loro nome, tanto per intenderci. Sarà pure una “carogna d’altri tempi”, corretta e apprezzabile nella sua lealtà e nel suo sguardo diretto negli occhi dei “congedati”, ma dei patemi d’animo di Ryan Bingham, dei suoi tentennamenti sentimentali, delle sue traballanti filosofie di vita individualistiche, ce ne interessa davvero poco. Sicuramente, a queste obiezioni, la risposta sarebbe “Ma il film è un altro, la storia è un’altra, la storia che volevo raccontare è questa”. Benissimo. Allora, però, non si spiega perché nelle brevi apparizioni dei licenziati Reitman abbia rifiutato gli attori professionisti e abbia fatto recitare persone che realmente hanno perso il lavoro negli ultimi anni. Una trovata veristica sorprendente per una commedia americana di largo consumo, che testimonia quantomento il desiderio di parlare davvero della crisi in atto, e con una certa serietà. Peccato, però, che poi il film racconti davvero “altro”, e che, quasi terrorizzati dal tema da loro scelto, gli autori si siano ripiegati sulla narrazione a tutto tondo di un solo personaggio, ben analizzato, credibile, accattivante e carismatico, che tuttavia vola davvero alto, tra le nuvole, a distanze siderali dalle vere tragedie quotidiane da lui sfiorate e provocate. Non si discute la qualità di scrittura e confezione. Si discute, semmai, l’utilizzo di generi codificati assai alieni ai disastri in atto nella società occidentale. Generi, oltretutto, mascherati e manipolati per salvarsi la faccia e la coscienza.
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scritto da Redazione il 29.01.2010 alle 11:09 in



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