Parola al Cinema
Parola al Cinema – Uno sguardo sulla sceneggiatura
“Baciami ancora”: il cinema finto-americano di Muccino (che ci piace di più in America)
(Rubrica a cura di Massimiliano Schiavoni)
05/02/10 – “Sai che ti dico? Fottiti!”. “No, fottiti tu”. Esiste un linguaggio che è chiamato in gergo “doppiaggese”, ovvero la forma tutta particolare che la lingua italiana assume quando è utilizzata per tradurre i dialoghi di film stranieri in fase di doppiaggio, e che costituisce di per sé una sorta di eccentrico “dialetto a parte” della nostra lingua. Se teniamo la tv accesa mentre siamo occupati a fare altro, possiamo comunque riconoscere a orecchio se ciò che sta passando in tv è opera italiana o doppiata, e non soltanto per l’ovvia perfezione “da studio” del recitato doppiato, ma anche per le specifiche forme linguistiche adottate. Ovviamente, il “doppiaggese” italiano è per lo più una lingua di derivazione statunitense, tanti sono ormai i prodotti doppiati di origine americana che richiedono la continua invenzione di neologismi e adattamenti italiani laddove non esiste ancora traduzione. Il tipico “Fuck you!” statunitense, nella sua traduzione letterale, non ha mai avuto un grande uso nella nostra lingua, e a tutt’oggi non è entrato nemmeno nell’idioletto delle giovani generazioni. Gabriele Muccino, tra i pregi che aveva qualche anno fa, mostrava soprattutto una forza trascinante nella messinscena, una forza tale da far passare in secondo piano la costante trascuratezza della scrittura cinematografica. Tra i tanti difetti che ha sempre avuto, invece, il più eclatante appare proprio la scrittura di dialoghi che sono il trionfo del “doppiaggese”. Solo che, almeno per i film che gira in Italia, li scrive direttamente in italiano, e questo rende puntualmente inverosimili tutti i personaggi messi in gioco. In una delle mille liti di “Baciami ancora”, Carlo e Giulia si congedano con le due battute citate. “Sai che ti dico? Fottiti!”. “No, fottiti tu”. Quarantenni italiani che parlano scimmiottando loro coetanei americani.
Tra i numerosi limiti di “Baciami ancora” (e stavolta, in ambito di narrazione e non solo, sono davvero tanti), questo è forse il più invalidante. Se ci poniamo a una visione pura e semplice del film, senza star a guardare troppo per il sottile, il primo effetto di tali dialoghi sulla fruizione è comunque un allontanamento emotivo dai personaggi. Annaspanti su e giù per Roma e dintorni, questi quarantenni non sono credibili per un solo momento, e in primo luogo, di tutta evidenza, per il loro linguaggio fuori contesto. Malgrado le sue ripetute dichiarazioni d’intenti realistici, Muccino pare sempre lavorare non sulla realtà, bensì sulla sua forma rappresentata nei codici del cinema americano, presa però come se fosse proprio vera. Ma pochi in Italia parlano come i suoi personaggi, e pochi, nel mondo intero, parlano rendendo tutto così evidente, esplicito, con una totale lucidità autoanalitica, lucidità disposta a qualche falla, guardacaso, solo quando è necessario alla prosecuzione della narrazione (quando sul finale Giulia ammette di essere ancora innamorata di Carlo si scatenano le risate… “Era l’ora, scema!” ha sibilato una signora seduta accanto a me).
“Baciami ancora” fa molto rimpiangere le ultime opere di Muccino girate davvero in America. “Sette anime” soffriva di una sceneggiatura congenitamente infelice, ma “La ricerca della felicità” aveva accenti sinceri. Quelle storie erano scritte da altri, e Muccino si limitava a fare un buon lavoro di regia. Quando è in Italia, invece, scrive e dirige. Probabilmente è questo il suo maggior problema. De “L’ultimo bacio” è stato detto di tutto e di più, nel bene e nel male; a distanza di dieci anni, ci ricordiamo un buon film, girato con scaltrezza sull’onda emotiva di un’infinità di carrelli, ma narrativamente già debole. I personaggi si caratterizzavano per sovratoni eccessivi in rapporto ai piccoli drammi affrontati, il doppiaggese già faceva capolino, ed era praticamente impossibile dare una collocazione sociale alle figure umane evocate, se non quella di una generica borghesia di antipatici trentenni viziati. Mancava del tutto una vera dimensione drammatica, nei suoi film si urla, si corre, si litiga, ma non c’è mai vero conflitto, vera emozione. Si dà per buona un’universale e cinica insoddisfazione a prescindere, che annulla qualsiasi possibilità di credere ai sentimenti dei personaggi.
Ciononostante, ne “L’ultimo bacio” i carrelli e la colonna sonora avvolgevano tutta la narrazione, e si poteva stare al gioco. Ed era innovativo e
sapiente il contrappunto tra una storia in primo piano (Carlo e Giulia) e quattro storie sullo sfondo (gli amici di Carlo). Una volta passata la grande ispirazione dei movimenti di macchina, “Baciami ancora” probabilmente restituisce a Muccino quel che è di Muccino. Il materiale narrativo affastellato è tantissimo, sarebbe buono per una fiction in sei puntate. La narrazione è trascinata con stanco passo episodico, nella totale incoerenza di personaggi e profili umani. Sulle prime si può quasi credere a quelli di Pasotti e Santamaria, ben intagliati nella sconfitta e nel fallimento. Ma ogni buon cenno viene disperso e rinnegato in poche sequenze, aprendo in continuazione sviluppi narrativi che non portano da nessuna parte, o che si chiudono con due battute. Ne “L’ultimo bacio” Favino aveva il personaggio più decorativo; con gli anni si è rivelato il miglior attore del gruppo, e nel nuovo film è stato doveroso cucirgli un ruolo di maggior spicco. Nella cifra della commedia, il suo filone narrativo è forse il migliore. Un Favino gran commediante di razza, come da anni in Italia non se ne vedevano più: l’attore capace di salvarsi la faccia anche in pessimi film. Ma non c’è più distinzione tra storia in primo piano e storie sullo sfondo; tutte le vicende hanno lo stesso peso nell’economia del film, col risultato che la storia di Carlo e Giulia appare la meno incisiva, la più antipatica, ai limiti di un ingiustificato tiremmolla da soap-opera. Sono piazzate, a due terzi del film, un paio di svolte tragiche che tuttavia non hanno il coraggio della credibile tragedia. Troppo facile far suicidare il personaggio più complesso, che richiederebbe un maggior sforzo per la sua risoluzione narrativa, e che soprattutto non potrebbe trovare spazio nel mondo mucciniano dei finali di perfetta riconciliazione. Stessa cosa vale, ma con una punta in più di crudeltà, per il personaggio di Livia, trattato in modo spietato senza alcuna ragione, l’unica a non essere benedetta dalla generalizzata redenzione finale. Se poi si vuol essere totalmente (e facilmente) cattivi, “Baciami ancora” è raffazzonatissimo nella gestione dei personaggi secondari, come il giovane Lorenzo, cornificatore di Favino, che fa scompisciare dal ridere ogni volta che appare in scena: un giovane artista “totale”, intento a comporre al pianoforte in ogni sua scena. Così come Simone e Anna, mere funzioni narrative senza alcuno spessore. Unica, felice, credibile apparizione, il cammeo di Valeria Bruni Tedeschi, in un bel ritratto di donna ferita e generosa, che in un mondo di bocche urlanti parla poco e sottovoce, mossa da un profondo dolore e da una calda umanità.
Insomma, Muccino ci piace di più quando fa l’americano in terra d’America. A Hollywood gli scrivono le storie fin nelle virgole, com’è solito nelle logiche statunitensi mainstream. Se invece è lasciato a briglia sciolta, Muccino viene fuori con tutti i suoi limiti narrativi. O forse, e ce lo auguriamo, “Baciami ancora” è soltanto un progetto sbagliato a monte. Un sequel non necessario di un buon film, che oltretutto aveva già un sequel ideale. Anche in “Ricordati di me” si raccontava di un Carlo e di una Giulia, reincarnati in un’altra dimensione generazionale. Quindi, magari, adesso è ora di voltare davvero pagina.
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scritto da Redazione il 05.02.2010 alle 13:49 in


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