Parola al cinema
05/03/10 – Il biopic non è un genere amabile. Ha spesso un ampio riscontro di pubblico, e anche di premi istituzionali…
Parola al Cinema – Uno sguardo sulla sceneggiatura
“Invictus”: biografia, sport, razzismo in forma classica, ma fuori dalla convenzione
(Rubrica a cura di Massimiliano Schiavoni)
05/03/10 – Il biopic non è un genere amabile. Ha spesso un ampio riscontro di pubblico, e anche di premi istituzionali (gli Oscar fioccano quando si vedono attori e attrici incarnare grandi personalità con efficace mimetismo), in quanto la storia vera, la vita vera, specie se drammatica, attraversata da somme difficoltà superate con la forza d’animo e il desiderio di rivalsa/rivincita/successo, esercita puntualmente uno spiccato fascino sul grosso pubblico. Senza contare il gusto gossipparo di conoscere fatti e misfatti dietro la facciata di personaggi storici o dello spettacolo. Tuttavia, la struttura narrativa del biopic è sempre stata terribilmente rigida e ripetitiva. Alla cadenza episodica della narrazione si affiancano spesso banalissime e ridondanti riflessioni su successo e corruzione, successo e nevrosi, desiderio e frustrazione. Oppure, nel caso dei biopic su figure politico-umanitarie, abbondano sovente tutte le retoriche possibili, con nessi e connessi tecnici: musica tronfia, personaggi che si parlano addosso e col senno di poi, come se stessero recitando un manuale di storia, e messinscena enfatica. E si esce dalla visione del film senza aver appreso niente più di ciò che già sapevamo della persona narrata. Anzi, nei casi di manipolazione del materiale narrativo per un preciso scopo glorificante e/o rivalutativo, con le idee più confuse di prima. O, peggio, totalmente errate.
Esiste, tuttavia e fortunatamente, una tendenza parallela, che utilizza il biopic in formule diverse, più creative, più significanti. Quando, in sostanza, la persona di riferimento, realmente esistita, è trasformata in puro materiale narrativo, funzionale a un discorso più ampio o alla rimodellazione da parte dell’autore cinematografico per scopi prettamente estetici. Nessuno, credo (spero), avrà preso per credibile e attinente ai fatti reali il meraviglioso “Ed Wood” di Tim Burton; eppure quel “falso biopic” rievoca il regista più scalcinato del mondo tramite i suoi stessi strumenti, ricollocandolo in un contesto a lui pertinente, e tramite la creatività dell’ “autore secondo” Tim Burton. In “The Aviator” di Martin Scorsese abbiamo un caso ancora diverso. Scorsese è filologicamente maniacale rispetto all’epoca in cui visse il giovane Howard Hughes, eppure intaglia il proprio film su una nettissima scelta: raccontare solo gli anni giovanili, creando rispondenze tra l’ascesa e la caduta di un rampantissimo industriale e i sogni/incubi/sconfitte della sua nazione (e tuttavia si restava con la voglia di vedere anche qualcosa degli anni senili di Hughes, data l’impostazione piuttosto convenzionale dell’operazione). In “Il Divo” di Paolo Sorrentino la deformazione grottesca è più che dichiarata, e la figura di Giulio Andreotti è piegata a strumento di una durissima riflessione, di brechtiana memoria, sul potere socio-politico e le sue deviazioni. Nessuno di questi è un biopic nel senso stretto del termine. Nessuno ci racconta pedantemente i fatti della vita del personaggio. Ma tutti ci restituiscono il senso profondo del personaggio, o una rilettura significante del personaggio, oppure il personaggio è riportato in relazione a una riflessione di altro genere: Scorsese, per intenderci, racconta un’epoca storica americana tramite un personaggio. La persona realmente esistita si trasforma, perciò, in pura funzione narrativa.
Poi c’è “Invictus” di Clint Eastwood, opera dalla struttura che più classica non si può, e che tramite strumenti tecnico-narrativi collaudatissimi perviene a qualcosa di mai (o raramente) visto; un personaggio storico immenso, debordante, gigantesco, che spaventerebbe chiunque davanti al compito di narrarlo, raccontato con approccio estremamente minimale, nella sua piana quotidianità, e tuttavia in strettissima relazione significante con la sua posizione nella storia. Di più: congiungendo tre temi ad altissimo rischio retorico, senza cadere mai nella convenzione. Biografia, razzismo, sport (Dio ce ne scampi dai film di tematica sportiva, specialmente se americani… pessimi zibaldoni di tecnica e retorica, come “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone). Di Nelson Mandela, Eastwood non racconta né l’inizio, né la fine. Racconta il suo momento più delicato nel processo di riunificazione nazionale sudafricana, dopo la scarcerazione e l’elezione a Presidente. E, col passo classico di grande narratore americano, racconta della sagacia di Mandela nell’individuare lo sport, e la fondazione di un vero sport nazionale, come fondamentale strumento per il processo di perdono storico e di integrazione tra bianchi e neri. Di Mandela, Eastwood rasenta la spiritualità e la sacrificalità (la visita di Pienaar alla sua cella), ma senza calcare mai la mano. E non propone mai facili soluzioni; Pienaar, ad esempio, sembra non capire fino in fondo il significato di tutto quel che sta vivendo, e asseconda la spinta a fare del suo meglio perché intuisce vagamente una grande opportunità sportiva e nazionale. Non ci sono facili redenzioni, né facili perdoni, bensì l’illustrazione di una grande fatica, caparbia e quotidiana, nel perseguimento di uno scopo profondamente sentito. Come riesce in questo Eastwood? Tramite, innanzitutto, una forte “narrazione per immagini”. Per tutta la prima parte, e per ampi brani nel prosieguo, Mandela è narrato nel suo fare quotidiano: le passeggiate notturne e il rapporto con guardie del corpo, segretarie e governanti, la semplicità (mai ingenuità) nel suo approccio agli affari di stato, i lievi e naturali suggerimenti verso l’integrazione (la composizione “mista” della sua squadra di sicurezza personale), il rapporto mai paternalistico, ma spesso onestamente professionale, con François Pienaar… Mandela è una figura che si sposa benissimo alla poetica di Clint Eastwood: la semplicità della giustezza è sempre stata una priorità in molte delle sue opere. Valore aggiunto: Eastwood riconduce a un realismo estremo e antiretorico, ai limiti del documentario, la narrazione del fatto sportivo. Tutta la sequenza della finale di rugby è quasi totalmente priva di dialoghi, e in tal senso lo sport è ricondotto alla sua intrinseca fisicità. Corpi, sudore, botte, agonismo come vittoria sull’altro per una posta in gioco: lo scavalcamento dell’apartheid. Tra il western, inteso alla Eastwood, e il rugby non ci sono poi molte differenze.
Certo, sui ralenti finali la retorica fa capolino, oltre a marcare notevoli cedimenti estetici (la tecnica del ralenti è sempre, e francamente, brutta). Ma Mandela si congeda dal film con la stessa sobrietà con cui vi ha fatto l’ingresso. Nella sua auto presidenziale, in mezzo alla folla festante, si abbandona solo a una pacata riflessione in voce off, in cui ribadisce la forza di volontà (umana, non mistica) come suo unico motore di vita. In sede di sceneggiatura, insomma, si sono operate scelte precise e concrete, mirate a un solido progetto narrativo, in cui sport, razzismo, biografismo e identità nazionale confluiscono uno nell’altro in un’unica direttrice di narrazione. E, soprattutto, si sono operate scelte forti nel rifiuto di convenzioni biografiche. Nessuna glorificazione, nessun “superuomo” dalla vita diversa dalla massa. Nessun espediente narrativo di facile retorica. Non è un caso se agli Oscar “Invictus” non ha ricevuto una messe di candidature. Probabilmente l’Academy si aspettava il consueto biopic di lacrime e sangue, che piangesse sugli anni di prigionia e lotta politica di Mandela, che ne facesse un martire redento dalla storia. No, a Eastwood questo non interessa. Per lui, la figura di Mandela si trasforma in funzione narrativa, che tramite un brano di vita racconta una parte di se stesso, e la pienezza del suo significato storico.
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scritto da Redazione il 05.03.2010 alle 02:19 in



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