Parola al Cinema

12/03/10 – Scorsese, fin dagli esordi, già fintamente realistici, è sempre stato soprattutto un immenso…

Parola al Cinema – Uno sguardo sulla sceneggiatura

“Shutter Island”: il Martin Scorsese degli anni 2000, tra disfacimento di genere, fuori dal genere, ma anche (purtroppo) dentro il genere

(Rubrica a cura di Massimiliano Schiavoni)

parola-al-cinema_def12/03/10 – Scorsese, fin dagli esordi, già fintamente realistici, è sempre stato soprattutto un immenso narratore per immagini. Il lavoro di sceneggiatura delle sue opere scompare letteralmente nella realizzazione del film, tanta è la maestria tecnica, la poetica delle immagini, il linguaggio cinematografico in quanto tale che dà senso, corpo e vita alla narrazione. Possiamo immaginarci un testo scritto, una sceneggiatura correttamente redatta (che di fatto sarà pure esistita), nei suoi puntuali dialoghi e didascalie, a monte di un film come “Casinò”, che per una buona metà è costituito da voce off, movimenti di macchina inarrestabili e avvolgenti (mai uno fuori posto), continuità soffocante nel montaggio delle immagini? Nessun film di Scorsese, specie da “Quei bravi ragazzi” in poi, può essere anche soltanto immaginato al di fuori del suo impasto visivo. Nessuno dei suoi film può essere immaginato girato da qualcun altro. Negli ultimi vent’anni, lo stile di Scorsese si è fatto sempre più sublime, pronto ad applicarsi ai materiali più disparati. Tanto che, fuori da qualsiasi connotazione negativa della definizione, Scorsese appare uno dei più formalisti tra gli autori americani in attività, il più wellesiano, un autore che mette il suo enorme talento a servizio di qualsiasi storia, senza finire mai nel gratuito e totale manierismo, o nel puro esercizio di stile. Certo, le sue due ultime fatiche (“The Departed” e “Shutter Island”) presuppongono un minuzioso lavoro di sceneggiatura, trattandosi di storie a orologeria e a incastro che non possono essere lasciate al caso e all’estro del regista al momento delle riprese. Tuttavia, il valore aggiunto s’identifica puntualmente con la tecnica scorsesiana, con la ricercatezza e l’emotività delle immagini, con un immaginario figurativo né unico né totalmente originale, ma ricchissimo come pochi altri.

Scorsese, insomma, con gli anni non si riposa sugli allori, né mostra stanchezza. Anzi, rilancia di volta in volta la posta in gioco, alza sempre più il tiro della propria sfida estetica, e quando più quando meno lascia sempre a bocca aperta. Il suo ultimo dittico con Leonardo DiCaprio, a dire il vero, rasenta più di sempre il rischio del gioco narrativo fine a se stesso. Sia in “The Departed” sia in “Shutter Island” si evocano mondi senza più coordinate; nel primo caso un mondo privo di precise categorie morali, e nel secondo addirittura privo di confini tra realtà oggettiva e soggettiva, che implica giocoforza una narrazione a trabocchetti, fatto di false piste, realtà parallele, indagini che non portano da nessuna parte o che si rivelano strumento di una tutt’altra indagine. Sebbene in “Shutter Island” si tocchino argomenti delicati come traumi di guerra, shoah, psiche e ricordi, dolore e rimozione, la struttura portante del racconto mira principalmente a tutt’altro, ovvero a un divertissement (fa quasi impressione usare questo termine in un contesto di mostruosità psichiche) su colpa e rifiuto della colpa, realtà e rifiuto della realtà, tutto interno ai “meccanismi di difesa” del protagonista. Il soggetto, ci dispiace per Dennis Lehane, autore del romanzo da cui il film è tratto, è da onesto e risaputo b-movie; le teorie del complotto riguardo a criminali nazisti fuggiti in America e dediti a sperimentazioni umane “a cervello aperto”, al cinema le abbiam viste in tutte le salse, e in alcuni casi qualche risata era assicurata per la seriosità fuori luogo con cui tali storie erano trattate. Così come sta diventando rapidamente da b-movie anche la struttura narrativa “a ribaltamento percettivo”, ovvero quando un colpo di scena finale costringe a rileggere tutta la storia sotto un’ottica diversa. Da “Il sesto senso”shutter island di Shyamalan in poi (e son passati poco più di dieci anni), tale espediente narrativo è stato abusato a tal punto che in breve tempo si profila già come pessimo cascame diegetico. Scorsese, ovviamente, assume tutto questo puramente come struttura di genere, a cui aggiunge una sovrastruttura da noir con svolte ai limiti dell’horror. Tuttavia, il grande merito di Scorsese e di Laeta Kalogridis (responsabile della sceneggiatura) risiede nell’aver lavorato su materiali di genere, e dei generi più diversi, conducendoli però a un progressivo disfacimento nel corso della storia. Se ciò a cui assistiamo è la “morte a lavoro” sulla psiche del protagonista, su un piano estetico-narrativo la morte è a lavoro sui generi. Il noir, introdotto dall’arrivo sull’isola dei due agenti federali in trench e cappello grigi, apre un’indagine che a poco a poco perde la sua posizione di centralità narrativa; poi la stessa indagine si ripartisce su tre diversi filoni (la scomparsa della paziente, il piromane, il comunista perseguitato dal maccartismo), che lentamente cedono il passo, o meglio confluiscono in un’unica indagine sulla realtà del protagonista. E nel frattempo, come in una mente che subisce interferenze allucinatorie, il noir subisce interferenze di altri generi: il melodramma (sarà pure ai limiti del kitsch, ma la sequenza dell’abbraccio onirico alla moglie, in mezzo a una pioggia di cenere, è di per sé un capolavoro), il gotico, l’horror, l’avventura (l’uomo in fuga contro tutto e tutti), l’incubo kafkiano (il faro impenetrabile rievoca l’ossessionante “Castello” di Kafka, così come il protagonista prigioniero della propria mente) con annessi riferimenti all’espressionismo tedesco, e canoni da cinema psico-carcerario. Come si disfa la psiche del protagonista, così il film frantuma e discioglie i generi, giocandoci. In una realtà totalmente relativa e priva di confini tra oggettivo e soggettivo, la stessa narrazione non possiede più codici tramite i quali definirsi.

Detto tutto questo, si deve pur ammettere che un fondo di delusione rimane. “Shutter Island”, sia chiaro, resta altissimo, consapevole e godibilissimo spettacolo, in questo capace di soddisfare sia il grande pubblico sia i fedelissimi di Scorsese. Ciò che però lascia un po’ amareggiati è che Scorsese abbia evocato tutti i fantasmi degli anni ’50 americani, e li abbia poi lasciati inespressi, anzi compressi in una risoluzione narrativa tutto sommato sbrigativa e davvero convenzionale. Per una buona metà del film si pensa a quell’isola sperduta come al ricettacolo di tutte le paure americane, una sorta di viva e gigantesca incarnazione degli incubi di una nazione. Ci finiscono presunti criminali nazisti, presunti comunisti perseguitati, e psicotici colpevoli del massimo crimine, su un piano universale ma anche in relazione alle radici fondanti della cultura americana, ovvero l’uccisione della propria famiglia. In un clima storico-nazionale di manie di persecuzione e di paure ossessive per l’alterità, l’isola appare per buona parte del film il campo di concentramento preposto a ogni devianza dalla norma sociale di un determinato statuto antropologico. E’ un leit-motiv assolutamente non casuale, insistito, consapevolmente sottolineato. Non è materiale narrativo interscambiabile con altro, bensì risponde a precise scelte di sceneggiatura. Viste tali premesse, ci si aspettava uno scioglimento che si radicasse in modo assai più stringente su tali incubi, che, anche in modo meno razionale e perentorio, desse vero corpo e significato alle scelte operate in precedenza. Invece, alla fine tutto è risolto nel racconto di una follia individuale, che poco aggiunge e molto toglie alla costruzione drammaturgica. Scorsese, è ovvio (ce lo auguriamo), sceglie un finale a ribaltamento con piena consapevolezza della sua natura di genere, ma è impossibile trattenere il nostro annoiato “Ufffff… Ancora!”. E anche un certo sconsolato “Tu quoque, Martin!”.

Così, accanto alla “mise en abyme” di un cinema che distrugge i propri generi e canoni narrativi mentre se ne nutre, si nota sul finale anche un quieto e contraddittorio affidarsi alle certezze dei generi stessi, un ripiegamento rapido e immotivato sulla convenzione. E se ne resta sinceramente dispiaciuti.

Favicon scritto da Redazione il 12.03.2010 alle 03:50 in Blog, Rubriche
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03/02/2012 18:02

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