Popoli: no no Nénette

06/11/09 – Nell’ambito del Festival dei Popoli di Firenze è stata proposta l’ultima opera di…

Speciale Festival dei Popoli: “Nénette” di Nicolas Philibert, tra smisurate ambizioni e assortite banalità

(Dal nostro inviato Masismiliano Schiavoni)

06/11/09 – Nell’ambito del Festival dei Popoli di Firenze è stata proposta l’ultima opera di Nicolas Philibert, “Nénette”, studio a suo modo “zoologico” (inteso come corrispettivo animale dell’aggettivo “antropologico”) intorno a una femmina di orangutan tenuta in cattività dal 1972 al Jardin des Plantes di Parigi. Un’opera interessante, che l’autore, presente in sala, ha proposto come una riflessione su identità e alterità. Il documentario mostra una serie di riprese a camera fissa sulla gabbia, di taglio stretto o di dettaglio sull’animale, corredate dalle voci di visitatori dello zoo, addetti alla cura degli animali ed esperti biologi. L’alterità, che emerge con maggior forza, è quella di chi guarda, di chi sta al di là della gabbia. Alterità dello sguardo, che si confronta con un mondo quantomeno non indagabile con i consueti strumenti della natura umana, e che in qualche modo (specie nel caso dei visitatori) riversa sull’oggetto la propria identità. L’alterità, probabilmente, è pure quella di Nénette rispetto a se stessa, che, chiusa in gabbia, subisce una graduale omologazione a modelli che le sono imposti dall’uomo. L’ultima immagine, in tal senso, è significativa: Nénette perviene a una sorta d’imborghesimento, e beve il suo tè da un bicchiere.

Philibert espone la sua teoria con la concisione di un breve saggio, che schiude riflessioni sull’omologazione nella sua universalità. Purtroppo, però, a fronte di altissime ambizioni e di nobili intenti, l’autore non si risparmia nemmeno tutte le banalità possibili sul tema, col supporto di numerose convenzioni tecnico-narrative atte alla sollecitazione di una sbandierata pietas (che più la si chiama e più si diventa irritanti). Lo sguardo dell’altro, nel caso di Nénette che vive reclusa in uno zoo, è uno sguardo violento in quanto lei non è in grado di sottrarvisi, ma Philibert, tutto sommato, non fa niente di molto diverso, e non tanto perché, banalmente, impone a Nénette la macchina da presa, quanto perché correda la sua opera di cliché narrativi che a loro volta la “imborghesiscono” come nel peggiore degli antropomorfismi. Le voci dei visitatori, casuali o no, sono spesso didascaliche nella loro conclamata banalità (“Quanto siete stupidi” sussurra Philibert a ogni loro commento), così com’è didascalica la nonchalance con cui uno degli addetti dello zoo riferisce dei trattamenti disumani a cui viene sottoposta. Alle riprese con commento si alternano sequenze di ricercato poeticismo, in cui le azioni dell’animale sono sottolineate da malinconiche musiche in colonna sonora, che sovrainterpretano i suoi probabili stati d’animo. Insomma, Nénette finisce di nuovo nella gabbia dello sguardo umano, perché la sua prigionia è narrata coi mezzi, sia pure dissimulati, di una risaputa accusa. Nulla di male nel documentario d’accusa, sia chiaro, a patto però che non lo si spacci per altro. L’unica alterità conclamata rispetto a Nénette, alla fine, è quella dell’immortale retorica umana, con cui lei ha di sicuro poco a che fare.

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Favicon scritto da Redazione il 06.11.2009 alle 12:31 in Blog, Festival
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