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02/09/10 – Si aprono le danze delle 67esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e…
Diari dalla 67. Mostra del cinema di Venezia
(Dalla nostra inviata Daria Pomponio)
02/09/10 – Si aprono le danze delle 67esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, nel caso di questa annata, non si tratta soltanto di un’espressione figurata. Danzano le ballerine della compagnia del balletto di New York, nel film che apre la competizione, Black Swan di Darren Aronofsky, danzano i ragazzi della Shangai di ieri e di oggi in Yong xin tian (Showtime) di Stanley Kwan, infine se proprio non danza di certo volteggia il protagonista di Jingwu fengyun- chen Zhen (Legend of the Fist: The Return if Chen Zhen) di Andrew Lau, mentre lotta a mani nude contro l’invasore giapponese, nella Cina post primo conflitto mondiale.
Talentuoso autore di un cinema ora visionario (Requiem for a Dream e il meno riuscito The Fountain), ora più realistico (il Leone d’Oro 2008 The Wrestler), ma in ogni caso sempre molto personale, Aronofsky sta evidentemente portando avanti una poetica che assimila stati allucinatori più o meno autoindotti ad un percorso nel dolore, soprattutto quello fisico. Collegare ogni sensazione e ogni sviluppo narrativo ad una realtà corporea pare essere, ad oggi, il centro della sua poetica e in questo non possiamo non cogliere una parentela con la filmografia di David Cronenberg. In Black Swan, sotto la guida del suo sadico e ambiguo maestro (il sempre valido Vincent Cassel) l’etoile Nina (un’eccezionale Natalie Portman) intraprende un cammino verso la bellezza e la perfezione che sarà irto di ostacoli non solo tangibili (la rivalità con la collega Lily, interpretata da Mila Kunis), ma anche, anzi soprattutto, intimi. Per raggiungere la luce, sembra volerci dire Aronofsky bisogna guardare dentro al proprio lato oscuro, riscoprire la sessualità, conoscere il proprio e l’altrui corpo, l’orrore del sangue, la vertigine perturbante dell’omicidio. Sebbene ceda talvolta ad una visionarietà non troppo originale (si vedano gli sdoppiamenti allo specchio e le apparizioni horrorifiche della “nemica” di piroette) Black Swan è un ottimo thriller psicologico, la conferma del talento di Aronofsky. Per chi ne aveva apprezzato gli esordi, sarà certo una sorpresa trovare Aronofsky carente in visionarietà, a suo agio con una struttura narrativa classica e sempre più capace nella direzione dei propri interpreti. Merita poi una menzione la splendida fotografia di Matthew Libatique (collaboratore abituale, oltre che di Aronofsky, anche di Spike Lee) che lascia i personaggi emergere dall’oscurità in un pulviscolo di grana denso e inquietante e trasforma gli occhi degli attori in buchi neri e lucidi, quasi del tutto privi di iride.
Assai differente è il clima che si respira in Yong xin tian (Showtime) di Stanley Kwan, storia semi-seria di una compagnia teatrale di Shanghai del 1936 che viaggia nel tempo fino al 2009, per poi tentare di tornare indietro. “I Prodigiosi”, questo il nome della compagnia, sono sei attori che danzano, recitano, sono maestri acrobatici di lavori domestici (hanno una società di pulizie) e cercano di fare proseliti per guadagnarsi un numero di discepoli sufficiente a rompere l’incantesimo di cui sono vittime. Il viaggio nel tempo è naturalmente l’occasione per rievocare il passato delle città di Shanghai e inserire qua e là qualche commento sui mutamenti urbanistici cui città cinese da anni è sottoposta. Ma non basta qualche nozione storica o architettonica a dissuaderci dalla convinzione che Stanley Kwan, il maestro del melodramma hongkonghese, deve aver preso un abbaglio. Più che una svolta nella sua carriera all’insegna della leggerezza, questa ci appare infatti una netta involuzione. Insomma si stenta a credere che Yong xin tian (Showtime) appartenga proprio al regista che solo quattro anni fa, proprio qui a Venezia, ci aveva incantato e commosso con Everlasting Regret.
Un’altra delusione sbarca oggi al Lido dall’oriente ed è questa volta all’insegna della propaganda. Stiamo parlando di Jingwu fengyun- chen Zhen (Legend of the Fist: The Return if Chen Zhen), pamplet storico anti giapponese tutto dedito a celebrare la grandezza dello spirito cinese, anche quando sotto occupazione. Pavidi poliziotti che si trasformano in accesi patrioti senza paura, spie giapponesi che piangono per le sorti della Cina, uno sfarzoso night club pieno di belle donne e lustrini e, dulcis in fundo, un eroe mascherato che fa piazza pulita di cattivi (giapponesi, naturalmente). Insomma, per l’autore della geniale trilogia di Infernal Affairs questo Jingwu fengyun- chen Zhen (Legend of the Fist: The Return if Chen Zhen) è uno sgraziato capitombolo verso il basso. Mentre ci godiamo le ottime sequenze d’azione e le performance acrobatiche dell’interprete principale, non possiamo fare a meno di constatare che il cinema della nuova Hong Kong è oramai completamente asservito ad una propaganda di regime che non lascia più molto spazio alla libertà creativa.
Tags:67. Mostra del Cinema di Venezia, Daria Pomponio
scritto da Redazione il 02.09.2010 alle 15:19 in Blog, Festival
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