Happy Feet 2

22/11/11 - Ennesimo sequel di un film d'animazione di successo: gag consunte e siparietti musicali di dubbio gusto per un prodotto meramente commerciale.

Quando ancora i videoclip non erano all’orizzonte e la musica o era analogica o non era, le sale cinematografiche nostrane si animavano al ritmo (?) dei cosiddetti “musicarelli”, specie di musical di serie b (ma spesso anche di serie zeta) in cui non si andava tanto per il sottile, non si scrivevano grandi storie, non si ingaggiavano grandi attori, e ci si limitava invece a disporre un accrocco narrativo quale che fosse attraverso cui poter spacciare al pubblico cinematografico gli eroi della musica commerciale. A cinque anni dal precedente, esce il seguito – né promesso né atteso – del deludentissimo Happy Feet, ultima spiaggia demenzial musicale del modello originale disneyano-canterino; in fondo un musicarello fuori tempo massimo. La storia di questo seguito – come già del primo film – semplicemente non esiste, neppure esiste l’idea di una progressione del racconto. Chi ha scritto il film di certo ha visto molto cinema, ma altrettanto evidentemente non ne ha capito gran che: l’uso stanco di vecchi personaggi, il goffo ricorso a veri e propri calchi non solo dei ruoli chiave e delle battute ritornello, ma addirittura di alcune situazioni e della stessa configurazione figurativa di molte inquadrature, il confuso gioco con i toni e gli stili sono solo alcuni dei sintomi più espliciti di una scrittura disordinata, prevedibile, noiosa.

Le immagini sono tecnicamente ben rifinite, ma il 3D viene adottato dimenticandosi per l’ennesima volta di costruire il racconto e il decoupage in modo da sfruttarne con criterio almeno le sue potenzialità spettacolari; gli spunti narrativi sono invariabilmente sprecati in uno scriteriato precipizio d’inquadrature scollate, scene sconnesse, singhiozzi e singulti del racconto, sempre incapace di trovare un suo giusto ritmo. In ultimo l’adattamento delle canzoni – pezzi celebri riscritti all’uopo – in due occasioni su tre produce risultati involontariamente parodistici. Guardando scorrere i titoli di coda – attraversati da una folta pioggia di bolle, unico momento in cui l’illusione tridimensionale sortisce qualche effetto apprezzabile – si scopre poi che il cast dei doppiatori nell’originale inglese fa concorrenza spietata a qualsiasi film in live action di pari livello. Per capirci: non solo tra gli interpreti di blasone c’è Brad Pitt, ma la sua voce, invece che stare in bocca al protagonista, è concessa a uno dei personaggi secondari. Da noi invece, in barba alla nobile e lunga tradizione del doppiaggio nostrano, tutti i ruoli principali sono affidati a doppiatori improvvisati, in diversi casi nemmeno ad attori professionisti (pessimo Beppe Fiorello che dà voce al protagonista, imbarazzante la cantante Nathalie, eroina del grande pubblico uscita da X Factor). Solo lo pseudoantagonista Bryan il Capospiaggia – elefante marino tendenzialmente ostile ma infine generoso alleato – argomenta roboante con la voce del grande Gigi Proietti. Uno scempio del cinema danimazione insensato e dispendioso che tenta sfacciatamente di attirare il pubblico meno attento titillando grossolanamente “desideri” già abbondantemente esauditi da pellicole precedenti. Aspettiamo fiduciosi il responso al botteghino.

SILVIO GRASSELLI

Vai alla SCHEDA FILM