Pacific Rim

Kaiju e mecha giapponesi si mescolano all’eroismo a stelle e strisce nel nuovo film di Guillermo del Toro: piacevole delirio nerd condito da ottimi effetti speciali e da una passione genuina per i suoi modelli di riferimento.

Nonostante sulla carta sembri solo un’altra versione di tanti cartoni giapponesi di successo, solo condita di effetti speciali, 3D e di budget stratosferico, l’ultima fatica di Guillermo del Toro riesce a trovare un tono e un’atmosfera che la salvano dal risultare sterile assemblaggio di cose già viste sul grande e piccolo schermo. Certo, i rimandi in Pacific Rim sono abbondanti e assolutamente espliciti, a partire proprio dagli elementi base del film, essenzialmente uno scontro tra  robottoni e mostroni rispettivamente di umana e aliena provenienza. La storia si apre con un pianeta Terra assediato da una razza extraterrestre di enorme potenza emersa dalle profondità marine. Sono i Kaiju, che già nel nome richiamano i giganteschi mostri della tradizione cinematografica nipponica, anche di serie B: non a caso si muovono come degli evoluti Godzilla, anche se il regista li ha costruiti con evidente passione ed entusiasmo, curandosi di renderli tutti diversi l’uno dall’altro, con caratteristiche peculiari e mano a mano sempre più letali. Dall’altra ci sono le mega-armature robotiche costruite dagli esseri umani per difendersi dall’attacco, gli Jaeger, che riportano alla mente i mecha, cioè le mastodontiche corazze meccaniche guidate da uomini rese celebri proprio da 50 anni di animazione giapponese. Come nei migliori cartoni di recente generazione, anche gli Jaeger sono tra l’altro collegati in modo organico ai loro piloti, anche se Pacific Rim preferisce non concentrarsi tanto sul rapporto uomo-macchina quanto su quello che intercorre tra i due esseri umani deputati a guidare questi robot, troppo complessi per essere controllati da un solo corpo e da una sola mente. Il citazionismo di Del Toro, infine, si spinge anche oltre mecha e Kaiju, con sequenze oniriche e scenari tra il post apocalittico e il cyberpunk, che sono stati consacrati nell’immaginario collettivo proprio da manga e anime.

Al contempo, tuttavia, il regista non riesce a staccarsi completamente dalla retorica statunitense, che pervade di eroismo spinto ed epicità ostentata tutti passaggi fondamentali della trama, neutralizzando ogni velleità orientaleggiante perfino laddove avrebbe giocato a favore dell’originalità dell’opera. Ecco così che lo spirito di sacrificio, il superamento di traumi personali in nome di un bene comune e lo stesso mood con cui vengono descritti e movimentati i combattimenti, abbandonano presto il Giappone per sposare un gusto totalmente a stelle e strisce, che appiattisce Pacif Rim su standard molto meno ricercati e visionari di quelli che il regista avrebbe potuto raggiungere dando pieno sfogo al suo evidente amore per quel tipo di estetica. Rimane comunque il piacere di vedersi dispiegare sul grande schermo, tra l’altro con enorme dispendio di mezzi tecnici, una passione genuinamente e orgogliosamente nerd, elevata a una potenza nucleare come quella dei robottoni protagonisti del film. Un buon prodotto di intrattenimento, dunque, che non riesce forse a eguagliare i modelli a cui attinge ma almeno sa come rendere loro omaggio senza storpiarli e trasportano appieno nella celebrazione anche  lo spettatore.

LAURA CROCE