Killer in viaggio

Ritmo fiacco e stravaganze fuori contesto per una sciocca commedia nera on the road che non riesce a strappare più di un sorriso.

Chi ha visto Tropic Thunder ricorderà senz’altro la scena in cui l’attore Kirk Lazarus, interpretato da Robert Downey Jr. spiega al collega Tugg Speedman/Ben Stiller la vera ragione del flop dietro al suo film Simple Jack, incentrato su un uomo affetto da grave ritardo mentale: un’idiozia totale, incapace di suscitare la benché minima empatia nel pubblico. Esilarante e sottilmente arguta, la battuta deve la sua genialità soprattutto all’esplicitazione, seppur in termini iperbolici, di una regola basilare dell’industria hollywoodiana, quella che impone un retroterra umanamente convincente, in grado di conferire a personaggi e situazioni, per quanto assurdi, grotteschi, sopra le righe, quella base di plausibilità indispensabile per creare coinvolgimento verso la storia. Eppure c’è anche chi, dalla contravvenzione della suddetta regola, ha saputo trarre vantaggio, come nel caso dell’inglese Ben Wheatley, che con una pellicola assolutamente sciocca quale il suo terzo lungometraggio, Killer in viaggio, è riuscito ad ottenere svariati riconoscimenti in diversi festival, da Sitges a Courmayeur. Prodotto dall’autore di Hot Fuzz e L’alba dei morti dementi Edgar Wright (che non ha perso l’occasione per inserire come di consueto il suo gelato preferito, il noto cono di marchio nostrano) e scritto dai due protagonisti Alice Lowe e Steve Oram – già coppia rodata sul piccolo schermo – il film unisce i canoni della commedia nera con quelli del genere on the road, ponendosi come una sorta di via di mezzo tra La signora ammazzatutti e il più recente Louise-Michel di Gustave de Kervern e Benoît Delépine.

La storia verte intorno alle peripezie dei fidanzati trentenni, Tina e Chris, che dopo tre mesi di frequentazione decidono di partire insieme per una vacanza in roulotte attraverso lo Yorkshire, all’insegna dello svago turistico e del sesso sfrenato. Ma durante il percorso iniziano a emergere i lati più oscuri del carattere di entrambi e quella che doveva essere un’occasione di svago si trasforma presto in un’escalation di crimine e violenza. Il pretesto è quello su cui si fonda lo humour nero, ovvero l’irrisione di tematiche serie, come in questo caso l’omicidio messo in atto per futili motivi, e se, come per la Beverly Suthpin del cult di John Waters, ad armare la mano di Chris è quasi sempre un ottuso senso civico e morale, Killer in viaggio non presenta traccia di graffiante cinismo o satira anti-borghese, allo stesso modo in cui, al pari della pellicola francese il viaggio diviene il mezzo per l’incontro tra esistenze solitarie e marginali ma senza alcun afflato di riscatto sociale o di altro tipo. Qui, in sostanza, siamo in presenza di un affastellamento di assassinii condotto al di fuori di ogni verosimiglianza e senza alcuna contestualizzazione sociale o psicologica, in uno schema narrativo vuoto e ripetitivo: svincolate da ogni nesso causale, le azioni di susseguono in una dimensione sopra le righe e completamente fuori dalla realtà come in un cartoon, paradossalmente avulsa dalla natura ordinaria dell’ambientazione, così come i personaggi – né veri e propri disadattati, né definitivamente folli o sadici- appaiono privi di personalità e spessore, caratterizzati esclusivamente in base alle loro azioni improntate all’assoluta imbecillità. Né ancora, nella confusione dei registri – ora blandamente irriverente, ora malinconico – appare chiaro cosa Wheatley si aspetti dallo spettatore nei loro confronti: se simpatia, pietà o fastidio. Ma soprattutto quel che manca è proprio la comicità, minata da un ritmo fiacco e da gag e dialoghi (sebbene su questi possa aver influito in negativo il mediocre adattamento italiano) capaci al massimo di strappare un sorriso nonostante la buona prova dell’intero cast. E alla fine, non si apprezza altro che l’accurata messa in scena, e la colonna sonora rétro, che unisce brani anni ’60, ’70, ’80 – da Donovan ai Frankie Goes To Hollywood -, evidentemente poco, per un tipo di film che avrebbe richiesto tutt’altro genere di attrattive.

CATERINA GANGEMI