In Utero Srebrenica

Film vincitore della sezione Italia Doc al Bellaria Film Festival: una sorprendente opera sulla tragedia di Srebrenica, sul dolore, la memoria e legami archetipici.
Intervista a Giuseppe Carrieri regista di In Utero Srebrenica

Srebrenica. Una tragedia senza tempo, accaduta in un momento e in uno spazio ben precisi ma immediatamente traslata in una dimensione universale. In Utero Srebrenica, una delle anteprime del Bellaria Film Festival per la sezione concorso Italia Doc, parte da questo presupposto per compiere un discorso simultaneamente storico e ontologico. Il suo autore, Giuseppe Carrieri, ha appena 27 anni e viene da esperienze per lo più autodidattiche, o meglio si è formato “vedendo”: molto cinema e molta realtà. Educare il proprio sguardo è la migliore scuola possibile, e anche delle più severe. Carrieri, alla sua giovane età, mostra innanzitutto una precoce e non comune maturità espressiva, capace di trasformare un ricco materiale documentario in espressione artistica oltre il concetto di genere. La scelta del tema evidenzia già di per sé una notevole dose di coraggio. Di Srebrenica, infatti, Carrieri sceglie di raccontare non tanto l’evento cronachistico, né in quanto tale né nella sua cornice storico-culturale o nel suo significato a posteriori, bensì opta per il racconto corale di madri a cui i figli sono stati strappati, uccisi e sepolti alla bell’e meglio in fosse comuni; quelle stesse madri che, distrutte da un dolore oltre ogni umana possibilità, spesso a mani nude scavano nella terra in cerca di qualche resto dei loro cari. Un racconto che porta su di sé una carica d’amore e di oscurità psico-emotive intenso e violento, e che l’autore sfrutta per una riflessione di portata universale sul rapporto archetipico madre-figlio. Carrieri pone l’accento su legami che sono soprattutto di carne e sangue, riflesso perfetto della stringente relazione nelle culture balcaniche tra uomo e terra.

La scelta visiva rifiuta il cazzotto nello stomaco dell’immagine forte (anche se non mancano teschi e parti del corpo gelosamente custoditi dalle madri come simulacri della maternità brutalmente negata), e predilige invece il racconto in prima persona di donne segnate da un dolore indicibile, tanto più indicibile quanto si tenta disperatamente di dargli una forma-parola, in cerca di un imprendibile senso per l’inestinguibile sofferenza a cui la guerra le ha destinate. E la forma-parola, che sostituisce l’immagine forte (reale o ricostruita), risulta più agghiacciante e violenta di qualsiasi pugno diretto, poiché la viva voce della memoria evoca spettri invisibili che sono quotidiani compagni nella vita delle madri narrate. “Le donne che ho incontrato potevano essere filmate solo in bianco e nero”, afferma Carrieri riguardo alla rigorosa fotografia bicromatica a cui ha fatto ricorso, “Solo il bianco e nero poteva restituire la mappa di quei volti, che già essi stessi sono il racconto della loro vita”. Non è secondario, infine, il contributo delle scelte compiute in ambito sonoro. Alle voci in lingua originale delle donne intervistate si mescolano infatti efficaci inserti di commento musicale e soprattutto il filo conduttore di una “voce recitante” di madre ferita, che enuncia brani di poesia in prosa. In superficie un apparato espressivo così raffinato e stratificato può far pensare a un allontanamento o sublimazione della realtà narrata. Alla prova dei fatti, invece, In Utero Srebrenica riesce nell’arduo compito di tradurre in riflessione materiali di realtà, senza perderne la carica di testimonianza.

MASSIMILIANO SCHIAVONI