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La prima linea

L’impoverimento del politically correct

la prima linea17/11/09 – Il film italiano più criticato degli ultimi anni senza essere stato visto sbarca finalmente in terra natia, dopo essere passato a Toronto. La prima linea, quarto lungometraggio di Renato De Maria, coprodotto dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti e da Les Film du Fleuve dei fratelli Dardenne, come ormai noto è un film “liberamente ispirato a” Miccia corta, libro dell’ex-terrorista di Prima Linea Sergio Segio. L’ardire di voler scegliere il punto di vista eversivo di Segio ha ben presto incontrato le resistenze del ministro della cultura Bondi (che si era già “distinto” per una sterile e preventiva polemica a proposito de Il sol dell’avvenire di Gianfranco Pannone, in cui si trattavano temi simili) e delle associazioni dei familiari delle vittime del terrorismo, rendendo da subito La prima linea un piccolo caso maudit nel panorama della nostra cinematografia. Se a ciò aggiungiamo che recentemente si è aggiunta la stroncatura dello stesso Segio (che il film l’ha visto), risulta già abbastanza chiaro come l’ultima fatica di De Maria avrà vita tutt’altro che facile.

Lasciate da parte le insinuazioni relative alla presunta “apologia” del terrorismo (che sono ridicole così come lo erano per il documentario di Pannone) e tenuto presente come alla radice del film vi sia una volontà testimoniale a proposito della nostra storia recente più oscura e dimenticata, va detto che La prima linea appare paradossalmente come un film “medio”, troppo imbrigliato dall’auto-censura (“mediazione” cui – forse inconsapevolmente – ha fatto riferimento Petraglia, uno degli sceneggiatori, durante la travagliata conferenza stampa). Solo così si spiega una linea narrativa “a posteriori” in cui Segio/Scamarcio, recluso in carcere, racconta la sua vicenda ma soprattutto ci tiene a fare ammenda, a scusarsi, a riconoscersi colpevole moralmente, politicamente e umanamente, ecc. Assente nel libro di Segio, questa parte è quella in cui si legge in maniera più evidente la volontà di distanziarsi dall’io del protagonista e magari andrebbe anche bene se non fosse per la conseguente confusione narrativa. Nel abbiamo infatti ben due cornici: Segio/Scamarcio in carcere per l’appunto e Segio/Scamarcio che prepara la fuga di Susanna Ronconi/Giovanna Mezzogiorno dal penitenziario di Rovigo. Da queste due situazioni nascono diversi flashback che raccontano il passato dei personaggi (la nascita dell’amore tra i due terroristi ad esempio), con la conseguenza che a tratti si arriva anche al caso estremo del flashback nel flashback, manco fossimo in Providence di Alain Resnais.

Insomma l’intreccio appare in fin dei conti inutilmente arzigogolato, facendo cadere in secondo piano la caratterizzazione dei personaggi, in particolare dei due protagonisti. È qui infatti che De Maria si gioca il nucleo del suo film: le motivazioni che portano alla lotta armata appaiono un po’ sbrigative per il personaggio di Segio e del tutto assenti per quello della Ronconi; d’altro canto anche l’abbandono della violenza da parte di Segio sembra forzato. Ciò probabilmente accade perché non si è lavorato abbastanza sul filo del rapporto tra Prima Linea e movimento operaio, su come man mano il terrorismo sia stato isolato dal mondo della sinistra anche extraparlamentare. Coloro i quali credevano di proseguire il discorso interrotto dalla Resistenza percorrevano invece una strada isolata, folle e suicida. Di ciò nel film se ne parla, vi si accenna nella figura del padre e in quella dell’amico, nella scena del funerale del giudice Alessandrini e forse in altri momenti ancora; ma quel che manca è la presa di coscienza del personaggio, è la consapevolezza dell’isolamento, cui pure deve poter arrivare visto che più avanti decide di lasciare i suoi compagni.

Ecco allora che forse qui si può rilevare un’altra forma di “mediazione” (quasi certamente auto-imposta) e cioè la volontà di rendere i protagonisti quasi degli automi, delle superfici in cui è assente l’interiorità, delle figure in cui non si è voluti entrare davvero per cercare d’identificarcisi (parliamo quantomeno degli sceneggiatori che avrebbero dovuto far propri i character non tanto nel privato – che riescono a trattare discretamente, anzi – quanto nella scelta ideologica; avrebbero dovuto cercare di “incarnarsi” in quelle motivazioni). Perciò Scamarcio (molto bravo), una bella fotografia plumbea e autunnale e una regia di polso (tranne nel ralenty della morte accidentale del passante) non emendano il film da certi suoi difetti, un po’ connaturati, un po’ calati dall’alto. La prima linea allora è uno sforzo lodevole, ma non è abbastanza; è un nuovo piccolo passo per cercare di ripercorrere il nostro passato più tragico, ma è anche il segno di come oggi sia proibitivo nel cinema italiano parlare di certe cose assumendo una prospettiva condivisa; è però anche il paradigma dell’impoverimento della nostra cultura politica e sociale, del fatto cioè che oggi non siamo più in grado di capire come ragionavamo (o come qualcuno sragionava) venti/trent’anni fa.

(ALESSANDRO ANIBALLI)



Titolo originale: La prima linea
Produzione: Italia 2009
Regia: Renato De Maria
Cast: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Fabrizio Rongione, Duccio Camerini, Lino Guanciale
Durata: 96′
Genere: azione
Distribuzione: Lucky Red
Data di uscita: 20 novembre 2009

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