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Nostalgia canaglia

Il Bifest quest’anno sembra concentrarsi sul ricordo e la ricerca storiografica anziché cartografare il presente. Forse è meglio

Celebrare il cinema. Non solo i suoi maestri e volti più iconici, come Scola o Mastroianni, ma anche il cinema come luogo e simbolo di una mitologia nostalgica. Sembra in un certo senso una delle missioni del Bifest, che sembra concentrarsi sul ricordo e la ricerca storiografica anziché cartografare il presente cinematografico (e forse è meglio). E’ una scelta di campo, non del tutto esplicita ma evidente dagli eventi, dagli ospiti, dal tenore degli incontri. E anche dai film presentati.

Oltre a L’Universale di Micali, un altro film della sezione Nuove Proposte mette al centro una sala cinematografica perduta e ritrovata, i suoi ricordi e quelli di un cinema che non c’è più: L’età d’oro di Emanuela Piovano si ispira alla vera storia di Annabella Miscuglio (interpretata da Laura Morante), il film racconta il rapporto di questa donna con l’Arena che gestiva in un paesino pugliese e che ora sta per riaprire come omaggio alla donna e a un’epoca. Un omaggio però che anziché celebrare la vitalità del cinema assume i toni di una cerimonia funebre anche e non solo metaforica che rende il film sbagliato, oltre che molto goffo dal punto di vista stilistico e di messinscena.

Restando ai film, l’Anteprima Internazionale del giorno è stata L’uomo che vide l’infinito, biografia diretta da Matt Brown in cui Dev Patel interpreta un genio indiano della matematica che negli anni della prima guerra mondiale si sposta da Madras a Londra per chiedere a un grande matematico inglese (interpretato da Jeremy Irons) un aiuto per diffondere e pubblicare le sue scoperta, scontrandosi però con il razzismo e l’accademismo: diligente e convenzionale, è un film che resta comunque gradevole fino a che racconta il protagonista e il suo rapporto visionario con la matematica; poi parte il lato patetico del biopic tra violenze subite, guerre, rapporti affettivi da telenovela e malattie e tutto il fascino dei personaggi e dei temi che sollevano si disperde.

I film editi sembrano subito migliori, come Pecore in erba di Alberto Caviglia, in concorso tra le opere prime e seconde, ma va da sé che i piatti forti sono gli incontri, le conversazioni e le masterclass: come non ammirare l’ironia a un tempo sorniona e popolana di Paolo Taviani che parla con il pubblico dopo la presentazione di Allonsanfan interpretato da Mastroianni? “L’anno scorso a Cannes, vollero celebrare i fratelli del cinema a 120 anni dalla prima proiezione dei fratelli Lumiere. C’eravamo noi, i fratelli Coen e i fratelli Dardenne e parlando con loro capimmo che tutti operavano in modo diverso: dei Coen gira praticamente uno solo mentre i Dardenne girano tutto in coppia. Noi invece ci alterniamo alla direzione, così che quando Marcello la mattina arrivava sul set ci chiamava ‘Vittorio Paolo’ chiedendoci quale dei due l’avrebbe diretto”.

Potrà sembrare quindi che sia una mera questione qualitativa la scelta del Bifest verso il passato, ossia i vecchi film sono migliori dei nuovi. No. E’ semplicemente questione di selezione: per la maggior parte vengono proposti quelli sbagliati.

Emanuele Rauco

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Favicon scritto da cinematografo.it il 07.04.2016 alle 00:00