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In the name of the king

In the name of the king: in lotta per il trionfo del trash

28/02/09 – Per chi non è estraneo alle usanze dello star system made in USA, vedere il sempre più sfatto Ray Liotta nei panni del mago cattivo (con completo sbrilluccicante degno di Renato Zero), dovrebbe costituire già  di per sè un indizio tanto chiaro, quanto comico. L`italo-americano, abbonato a ruoli di mafioso e affini, rappresenta infatti un tipico caso di attore etnicamente ghettizzato, a cui la Hollywood che conta non permetterebbe mai di uscire dal seminato o di cimentarsi con generi epici e solenni come il fantasy. All`estrema periferia della foresta californiana degli agrifogli, esiste però un sottobosco di prodotti di serie Z dove tutto è possibile, compreso il mito di Uwe Boll, il regista che ha la fama di peggiore del mondo e che continua imperterrito a sfornare improbabili adattamenti cinematografici di videogame. A pochi mesi dal delirante “Postal”, a cui almeno si poteva concedere il beneficio del grottesco e dell`assurdità  totale, il suo stile vaneggiante torna a far danni con “In the name of the king”, tratto dal videogioco Dungeon Siege. Il soggetto è essenziale: un povero ma ben piazzato contadino, vessato da orchi e fattucchieri malvagi, si mette sulle tracce dei Cattivi che gli hanno ucciso il figlio e rapito la moglie, intrecciando così il proprio destino a quello del Re minacciato dall`incedere delle forze dell`oscurità . Premesse alquanto flebili, rimpolpate con ingenti prestiti da “Il Signore degli Anelli” – di cui gli sviluppi della trama sembrano una copia tarocca – e dal ricorso a grandi nomi in piena parabola discendente. Tra questi, appunto, l`appassito Ray Liotta, la desaparecida Leelee Sobieski (da Kubrick a Boll l`impatto della caduta dev`esser stato notevole), l`irriconoscibile Claire Forlani e un Burt Raynolds poco convinto nel fatidico ruolo di Sua Maestà . Protagonista il semi-sconosciuto Jason Statham, uno pseudo-Bruce Willis medioevale proveniente dall`action e contraddistinto, come il resto del cast, da una mono espressività  dagli effetti davvero esilaranti.

Un mix già  poco allettante, cui bisogna aggiungere la pateticità  della regia, la caratterizzazione inesistente dei personaggi, la bassa qualità  della scenografia (piena di figure appiccicate su paesaggi posticci) e l`incapacità  di mutuare perfino le atmosfere psichedeliche, rockettare e vagamente new age degli indimenticabili fantasy anni `80. Come al solito Uwe Boll è riuscito solo a ricalcare il buco nero di emozione e contenuti che caratterizza i videogame, basati sul godimento dell`azione fine a se stessa, reiterata in maniera automatica e compulsiva, quasi coatta. Un meccanismo d`altronde non troppo lontano da quello su cui si basa Hollywood, che al pari di un bambino incantato davanti alla “Play”, continua a portare avanti a mo` di riflesso condizionato le sue insensate operazioni di sfruttamento di infimi prodotti di entertainment. Niente di nuovo e di shockante, se non fosse che nel contemporaneo Medioevo sociale e culturale, il velleitarismo sciovinistico di “In the name of the king” rischia davvero di trovare un pubblico pronto a prendere sul serio un film al quale, fino a poco tempo fa, sarebbero state tributate solo grasse risate di scherno.

(LAURA CROCE)



Titolo originale: In the Name of the King: A Dungeon Siege Tale
Produzione: Germania/Canada/U.S.A., 2008
Regia: Uwe Boll
Cast: Jason Statham, Leelee Sobieski, Claire Forlani,Ray Liotta, Burt Reynolds, John Rhys-Davies, Ron Perlman.
Durata: 124`
Genere: fantasy, azione
Distribuzione: Onemovie
Data di uscita: 27 febbraio 2009

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