in questo momento su RadioCinema:

  • Traccia

  • Autore

  • Film

App iPhone | Podcast | Radiofrequenze

Forgotten

Fuori concorso a Venezia 69 un thriller/horror tedesco. Che però di tedesco, o europeo, ha decisamente poco. E che non fa paura.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Forgotten

Trama: Amiche durante l’infanzia, Hanna e Clarissa trascorrevano sempre le vacanze insieme in una vecchia casa su un’isoletta. Perdutesi di vista a lungo, le due si incontrano per caso solo venticinque anni dopo riprendendo subito il loro rapporto e decidendo di passare qualche giorno sull’isola, proprio come ai vecchi tempi. Nel posto, però, aleggia un’atmosfera di mistero e quando Hanna scopre che Maria, una sua compagna di giochi del villaggio dell’isola, è scomparsa da bambina senza lasciare alcuna traccia, comincia a esplorare il passato, ma più si avvicina a questo segreto oscuro, più il cappio si stringe attorno a lei e maggiore si fa il pericolo.

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Du hast es versprochen
Regia: Alex Schmidt
Sceneggiatura:  Alex Schmidt, Valentin Mereutza
Fotografia: Wedigo von Schultzendorff
Montaggio Andreas Radke
Musica: Marian Lux
Cast: Mina Tander (Hanna Merten), Laura de Boer (Clarissa von Griebnit), Lina Köhlert (Lea Merten), Mia Kasalo (Maria), Katharina Thalbach (Gabriela), Max Riemelt (Marcus), Greta Oceana Dethlefs (Hanna a 9 anni), Alina Sophie Antoniadis (Clarissa a 9 anni), Clemens Schick (Johannes Merten), Thomas Sarbacher (Tim)
Anno: 2012
Durata: 104′
Origine: Germania
Genere: thriller
Produzione: Wüste Film Ost OHG in co-production with Wüste Film GmbH, Magnolia Filmproduktion
GmbH and ZDF – Das kleine Fernsehspiel
Distribuzione:
Data di uscita:

Commenti

commenti

Immagini galleria fotografica
Video trailer e filmati

Recensionescritta da Massimiliano Schiavoni

E’ tempo di thriller/horror globalizzato. Ormai la confezione, i temi, le strategie narrative si ripetono puntualmente da un luogo all’altro del pianeta. Forgotten (Du hast es versprochen) di Alex Schmidt, presentato fuori concorso a Venezia 69, proviene dalla Germania, ma in esso si assommano tendenze comuni a una sorta di consolidato “esperanto” del cinema di genere attuale. Di prettamente teutonico il film mantiene un’ambientazione aspra e respingente, su un’isola ostile e fitta di boschi, e una certa rudezza di soluzioni visive. Non armi da fuoco o raffinati metodi criminali. Qui si va di accetta, almeno in una delle sequenze più forti. Ma le specificità del film finiscono più o meno qui. Per il resto, infatti, Schmidt saccheggia un po’ dappertutto, dalle atmosfere sospese di una casa brumosa e isolata stile The Others, alle storie di fantasmi bambini di radice orientale, all’utilizzo strategicamente enfatico del commento sonoro, che ormai costituisce una fonte di spavento tanto efficace quanto lo sono le immagini, se non addirittura ad esse superiore. E pure il nodo crudele intorno a cui si sviluppa la vicenda (un orrendo gioco tra bambine disperso nel passato e nella memoria) risuona di ispirazioni note al cinema dell’Estremo Oriente, così come l’evocazione di un universo psichico fondato sul senso di colpa.

Ciò detto, in un contesto prettamente commerciale e internazionale il film di Schmidt mostra qualche grossolana debolezza di costruzione narrativa. Tralasciando la discutibile performance delle due attrici protagoniste (Mina Tander e Laura DeBoer), quel che lascia più a desiderare sono le soluzioni di racconto per evitare che il film si fermi. Mai vista una protagonista che, davanti alla possibilità di ricavare qualche informazione utile per risolvere l’enigma, fugga così tante volte in preda al panico. Così come il mistero è tutto intrecciato intorno a una soluzione perfettamente desumibile già a metà del racconto. E, inoltre, la totale rimozione di una memoria infantile è uno stratagemma troppo forzoso per restare credibile. In realtà, Schmidt sembrerebbe animato anche da ambizioni un po’ più alte, nel tentativo di raccontare qualche verità sul mondo infantile, fatto di crudeltà più o meno consapevoli e di sopraffazione: lo testimonia la scelta di mantenersi quanto più possibile in un contesto reale e terreno, e la cura riservata ad alcuni significativi personaggi secondari (la vecchia madre di Maria, soprattutto). Ma la goffaggine copiativa dell’insieme annulla anche i buoni momenti, con un solo, inaspettato atto di coraggio nel finale. Schmidt infatti rifiuta il finale moralistico e consolatorio, quello più consueto nel cinema di genere occidentale. E chiude il racconto sul compimento di una vendetta perfetta. Spietata nella sua geometria, quanto annacquata dalla debolezza della realizzazione. Paura? Poca, e quasi tutta affidata a un’ormai collaudata retorica audio. Magari la ricerca sullo spavento potrebbe finalmente tentare la strada di un nuovo minimalismo, come in alcuni ottimi film sudcoreani, abbandonando questa sorta di “didascalismo dell’orrore” di stampo euro-americano.

MASSIMILIANO SCHIAVONI


Commenti

commenti

Commenti

commenti

Colonna Sonora info e playlist
Nessuna colonna sonora per questa scheda
Interviste i protagonisti raccontano

Audiorecensione