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Di nuovo in gioco

Eastwood torna davanti alla macchina da presa nell’opera prima di Robert Lorenz, suo fedele regista della seconda unità e produttore, che lo emula senza troppa convinzione.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Di nuovo in gioco

Trama: Gus Lobel è da decenni uno dei migliori scout del baseball, sempre in cerca di nuovi talenti sportivi; tuttavia, malgrado cerchi a tutti i costi di nasconderlo, l’età avanza. Ma Gus si rifiuta di finire in “panchina” e di terminare così gli ultimi anni della sua brillante carriera. Purtroppo però non ha scelta. L’ufficio centrale degli Atlanta Braves inizia a mettere in discussione le sue capacità, specialmente in vista della selezione di un nuovo fenomeno del baseball. L’unica persona che potrebbe aiutarlo è l’unica alla quale Gus preferirebbe non doversi rivolgere: sua figlia Mickey. Costretti a trascorrere del tempo insieme per la prima volta dopo anni, i due faranno delle scoperte, rivelando verità a lungo nascoste che potrebbero cambiare il futuro di entrambi.

 

 

 

 

 

 

Titolo originale Trouble with the Curve
Regia: Robert Lorenz
Sceneggiatura: Randy Brown
Fotografia: Tom Stern
Montaggio Joel Cox, Gary Roach
Musica: Marco Beltrami
Cast: Clint Eastwood (Gus), Amy Adams (Mickey), Chelcie Ross (Smitty), Ed Lauter (Max), Clifton Guterman (Neil), Matthew Lillard (Phillip Sanderson), George Wyner (Rosenbloom), Bob Gunton (Watson), John Goodman (Pete Klein), Justin Timberlake (Johnny)
Anno: 2012
Durata: 111′
Origine: Stati Uniti
Genere: drammatico
Produzione: Malpaso Productions
Distribuzione: Warner Bros
Data di uscita: 29 novembre 2012

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Dopo Gran Torino si diceva che Clint Eastwood avesse abbandonato il lavoro di attore, ma evidentemente la tentazione è stata troppo forte e ci ha riprovato con il ruolo di Gus Lobel, un talent scout vecchia maniera del baseball, che rientra perfettamente nella galleria dei suoi personaggi. Vecchi testardi immalinconiti da un mondo che non esiste più, ma puri di cuore all’interno della costruzione di un cinema di genere che sfora la sua linea in quello d’autore proprio perché riconoscibile in una sensibilità di temi e narratologia filmica. Il Clint Eastwood attore e il Clint Eastwood regista in fondo sono la faccia di un’unica medaglia dallo stampo riconoscibilissimo. Ma probabilmente anche l’inossidabile uomo dalle due espressioni, secondo Sergio Leone, col cappello e senza, ha compreso di non essere eterno e vuole cedere idealmente il testimone a Robert Lorenz, suo regista di seconda unità da quasi vent’anni e produttore da circa dieci. Di nuovo in gioco segna infatti l’esordio registico di Lorenz. E non è per nulla un caso pertanto che il film possieda, per lo meno in potenza, il respiro del cinema eastwoodiano (oltre ad avvalersi di gran parte delle sue maestranze). Sia nella regia, che predilige il taglio rigoroso del racconto, sia nella scelta stessa di una storia e che rientra in un genere classico del cinema americano come quello dell’intreccio fra family drama e sport. Lobel è infatti un vecchio talent scout solitario la cui salute inizia a subire i fisiologici cedimenti dell’età, ma non vuole aiuto, tantomeno quello della figlia, un avvocato rampante, che vede raramente e di cui è molto orgoglioso, ma non lo dà a vedere. Ma lei non è meno testarda di lui e lo accompagna in un viaggio in Carolina dove l’uomo deve valutare un promettente giocatore. Sarà quello un momento per entrambi di venire a capo delle radici del reciproco allontanamento e dei loro sentimenti.

Lorenz costruisce il film asciugando la materia narrativa come farebbe Eastwood, ma senza possedere la sua cupezza di sguardo, il suo doppio fondo psicologico. Colpa anche di una sceneggiatura – di Randy Brown – troppo liquida per essere asciugata a puntino sul fornello dei sentimenti risultando quasi una brodaglia indigesta di luoghi comuni, in particolare nella relazione affettiva fra padre e figlia e nel loro rapporto conflittuale. Aggravata dalla terza figura di una bruciata promessa del baseball, scoperta dallo stesso Gus, che ora fa il suo mestiere (interpretata da un barbuto Justin Timberlake) e che dà il la ad una probabile storia d’amore con la figlia dell’uomo. La vicenda, costruita sullo sfondo di motel, tavole calde e campi da baseball di provincia, è forse troppo esile o semplicemente già vista per trovare spazio all’interno della compattezza visiva del cinema di Clint Eastwood, che era riuscito persino a non rendere mellifluo l’adattamento di un romanzetto rosa come I ponti di Madison County da Robert James Waller e a domare l’istrionismo di Meryl Streep. Il discepolo omaggia il maestro e si affida a lui per la caratterizzazione solida del personaggio protagonista, che duetta con molta eleganza in compagnia di Amy Adams e nelle scene con John Goodman. Ma Lorenz purtroppo non riesce ad andare al di là di un cinema convenzionale. Forse se vogliamo trovare il vero erede di Eastwood basta dare un’occhiata al percorso di Ben Affleck, che inoltre lo emula abbastanza dichiaratamente nei suoi film da regista (Gone Baby Gone, The Town e l’ultimissimo Argo).


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