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Promised Land

In concorso a Berlino, il nuovo film di Gus Van Sant che realizza su commissione un’altra sceneggiatura di Matt Damon (stavolta con John Krasinski), ancora una volta protagonista. Ma qualcosa non torna.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Promised Land

Trama: Steve viene mandato nella città rurale di McKinley con la sua collega, Sue Thomason. La città è stata colpita dalla recente crisi economica e i due consumati sales executive intravedono buone possibilità che i cittadini accettino la loro offerta per procedere alla trivellazione nei loro terreni. Quello che sembrava un lavoro facile e di breve durata diventa molto complicato, sia professionalmente che privatamente, in seguito anche all’incontro di Steve con Alice. Quando Dustin Noble, un attivista ambientale piuttosto scaltro, arriva in città, la posta in gioco aumenta improvvisamente.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Promised Land
Regia: Gus Van Sant
Sceneggiatura: John Krasinski, Matt Damon
Fotografia: Linus Sandgren
Montaggio Billy Rich
Musica: Danny Elfman
Cast: Matt Damon (Steve Butler), John Krasinski (Dustin Noble), Rosemarie DeWitt (Alice), Frances McDormand (Sue Thomason), Hal Holbrook (Frank Yates), Terry Kinney (David Churchill), Joe Coyle (Michael Downey)
Anno: 2012
Durata: 106′
Origine: Stati Uniti
Genere: drammatico
Produzione: Focus Features, Imagenation Abu Dhabi FZ, Participant Media, Pearl Street Films
Distribuzione: Bim Distribuzione
Data di uscita: 14 febbraio 2013

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Un autore, se è tale, lo si riconosce sempre. Anche quando realizza un film più propriamente commerciale. O quando ne realizza uno non del tutto riuscito e/o su commissione. Gus Van Sant è in tal senso un autore che nella sua carriera è stato spesso altalenante, fra tanto cinema indipendente e pellicole incanalate negli schemi hollywoodiani. Ma fra questi due contrappunti c’è sempre stata una sorta di linearità nella sua estetica, nella sue storie, nei suoi protagonisti. Con Promised Land, così, anche se è un’opera su commissione, Van Sant dirige ancora una volta una pellicola su sceneggiatura di Matt Damon (dopo l’osannato Will Hunting – Genio ribelle e il meno popolare, ma più intenso e personale Gerry), a quattro mani stavolta con l’altro protagonista maschile John Krasinski, popolarissimo protagonista della sitcom The Office. Il racconto è ancora una volta di un’America di provincia, perdente, liminale. Ma stavolta i suoi protagonisti non sono confusi adolescenti o giovani sbandati, bensì un’intera comunità rurale nella quale piombano un uomo e una donna andati lì per convincere, per conto della loro azienda che si occupa di estrarre gas naturali, i piccoli proprietari locali a cedere i diritti di estrazione del sottosuolo dei loro terreni, in cambio di quelle che sembrano cifre da capogiro. Un’opportunità che non potranno non cogliere, secondo Steve Butler e la sua collega Sue Thomason. Ma l’ennesimo sogno americano non può non nascondere qualche ombra.

C’è l’America profonda, quella strettamente legata alle opere più indipendenti di Van Sant. Sono gli sfondi di Drugstore Cowboy, Belli e dannati, Da morire e di Elephant a venire alla luce, e come in quel caso, dove la consapevolezza del tempo storico era molto amplificata, pur nella sua condizione sociologica e non storicistica, il ritratto è quello di un mondo estremamente contemporaneo legato alla recente crisi economica. Van Sant, come sempre, è molto attento alla fotografia dei luoghi ritratti, alla ruvidezza di sguardo, ma allo stesso tempo piena di umanità nei confronti dei suoi reietti, attraverso un equilibrio di forma e contenuto. Eppure qualcosa non torna. Cosa strana per lui: Promised Land è un film che a differenza dei precedenti, anche quelli cosiddetti commerciali, non sembra avere un linguaggio indipendente, nel senso che non è libero da estetiche di altri autori e di altri sguardi, non compie una ricerca nella forma stessa del linguaggio, non lotta per ibridare i fatti cristallizzandoli nell’immagine. Van Sant stavolta si allinea, come altri suoi colleghi degli ultimi anni, ai pilastri classici del cinema, richiamando alla memoria linguaggi già belli che fatti e che richiamano al cinema classico hollywoodiano. E al suo populismo e alla sua retorica. Sembra diventato un tormento, un cicaleccio o un disco rotto, ma ormai nessuno sembra poter fare più un film senza chiamare in causa John Ford o Frank Capra. Colpa della sceneggiatura di Damon e Krasinski che costruiscono il ritratto di un uomo psicologicamente a metà fra ideologie populiste di un James Stewart e la rettitudine retorica di un Henry Fonda. Sembra che lo Steve Butler di Damon sia il Mr. Smith del gasdotto, ma stavolta a Washington non ci arriva. E qui forse difetta maggiormente il film perché cade in ingenuità di sceneggiatura, ma alla fine quel populismo così sottolineato, aggravato da una narrazione romanzesca rendono l’opera a tratti discreta a tratti debole per le medesime motivazioni. Quel che funziona per qualcuno non può funzionare sempre e per tutti. Perché Capra col populismo e Ford con la retorica sono dei maghi a giocarla a loro favore, a miscelare i vari elementi e renderli, puri, innocenti, persino veri, e non falsi. Una lezione che, come abbiamo visto, Spielberg ha colto bene nella sua carriera e anche con il recente Lincoln. Ma le vie di Van Sant sono proprio opposte, lui non ha mai giocato con la retorica e col populismo, questi sono sempre stati due elementi da cui si è tenuto ben lontano o che ha trattato con le pinze (persino in Will Hunting – Genio ribelle e nel biopic Milk). La sua qualità maggiore è sempre stata il silenzio dietro il quale si celava l’accusa alla società americana, la mancanza di parole nel suo cinema, l’assenza di dialoghi erano scelte deliberate a vantaggio della forma immagine, sempre sottile, sempre sottotono, sempre volutamente fuori fuoco. Qualcosa però del suo cinema fra le righe si coglie, si odora, così come l’idea di Dave Eggers, grande cantore generazionale di quell’America in forma narrativa (suo era anche lo script di American Life), dalla cui storia Damon e Krasinski (che ha esordito alla regia nel 2009 adattando lui stesso David Foster Wallace, un’impresa a dir poco suicida) hanno realizzato la sua sceneggiatura. Forse è un film di troppe persone, per poter davvero essere un film di qualcuno. Forse questo è il vero difetto che si può imputare a Promised Land.

ERMINIO FISCHETTI


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