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Come pietra paziente

Atiq Rahimi adatta una sua acclamata opera letteraria su una donna afgana, ma Come pietra paziente è un’opera sul Medio-Oriente fatta alla maniera occidentale. Ottima la bellissima Golshifteh Farahani.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Come pietra paziente

Trama: Ai piedi delle montagne attorno a Kabul, una giovane moglie accudisce il marito, eroe di guerra, in coma. La guerra fratricida lacera la città, i combattenti sono alla loro porta. Costretta all’amore da un giovane soldato, contro ogni aspettativa la donna si apre, prende coscienza del suo corpo, libera la sua parola per confidare al marito ricordi e segreti inconfessabili. A poco a poco in un fiume liberatorio tutti i suoi pensieri diventano voce: incanta, prega, grida e infine ritrova se stessa. L’uomo privo di conoscenza al suo fianco diventa dunque, suo malgrado, la sua “syngué sabour”, la sua pietra paziente, la pietra magica che poniamo davanti a noi stessi per sussurrarle tutti i nostri segreti, le nostre sofferenze…finché non va in frantumi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: The Patience Stone
Regia: Atiq Rahimi
Cast: Golshifteh Farahani (la donna), Hamid Djavadan (l’uomo), Hassina Burgan (la zia), Massi Mrowat (il soldato giovane), Mohamed Al Maghraoui (il mullah), Malak Djaham Khazal (il vicino)
Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière
Fotografia: Thierry Arbogast
Montaggio: Hervé de Luze
Musica: Max Richter
Anno: 2012
Durata: 102′
Origine: Afghanistan, Francia, Germania, Gran Bretagna
Genere: drammatico
Produzione: The Film, Razor Film Produktion GmbH, Corniche Pictures, Studio 37, arte France Cinéma, Jahan-e-Honar Productions
Distribuzione: Parthénos
Data di uscita: 28 marzo 2013

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Uno scrittore-regista non dovrebbe mai adattare un suo romanzo per il cinema. È un’operazione pericolosa che quasi mai riesce a sortire i risultati sperati se l’autore non si distacca dal suo essere scrittore per pensare come un regista. Ma Atiq Rahimi, afgano trapiantato in Francia sin da ragazzo, non contento, dopo averlo fatto con Terra e cenere nel 2004, ci riprova con Come pietra paziente, tratto dal suo libro Pietra di pazienza (edito da Einaudi) che nel 2008 ha addirittura vinto il Premio Goncourt (il più prestigioso premio letterario francese). E il problema è che nel dirigere questo film Rahimi pensa come uno scrittore e non come un regista. La pietra paziente del titolo, syngué sabour, fa riferimento ad una pietra magica alla quale vengono sussurrati tutti i segreti, i pensieri che riguardano la persona per poi finire in frantumi. Per una giovane donna la sua pietra paziente è un marito precocemente invecchiato finito in coma a causa di un proiettile durante una rissa. È lì silenzioso e paziente come non lo è mai stato. Per la prima volta può parlargli, come un essere umano. La donna fino a quel momento vittima di un matrimonio senza amore, con un uomo più interessato a combattere, un eroe di guerra incapace di dare piacere, comincia a confidare al corpo del marito tutto quello che le viene in mente, dalle pulsioni sessuali, alla passione per un giovane soldato che la crede una prostituta, dalle sue riflessioni sulla guerra a quelle sul matrimonio, sulla femminilità, sulla vita. Un’opera che diventa un lungo, intenso monologo interiore intervallato solo brevemente dagli incontri con le sue bambine, che vivono con la zia (una donna che gestisce una casa chiusa) in una zona più tranquilla di una Kabul lacerata da sparatorie e bombardamenti del conflitto civile, e da quelli con il giovane amante soldato.

Un cinema parlato, logorroico, che difetta terribilmente della derivazione letteraria; intriso di un flusso di coscienza che nella sua immobilità riporta alla memoria la struttura della scena teatrale (particolarmente nella seconda parte). Certo con molto rigore d’immagine, con grande attenzione alla fotografia, alla recitazione della splendida e prorompente protagonista, la bellissima Golshifteh Farahani (About Elly, Pollo alle prugne, Just Like A Woman) che è davvero l’anima dell’intero film (non potrebbe essere altrimenti considerato il taglio dell’opera). Atiq Rahimi è fuggito da Kabul nel 1984 e da allora ha sempre vissuto in Francia. Un uomo che conosce la sua cultura di origine, ma che nel risultato sembra essersi occidentalizzato e a volerla dire tutta sembra totalmente lontano da quel mondo, dalla sua realtà, complice proprio la prospettiva degli interni da teatro da camera all’interno della scena. Infatti, egli realizza un’opera sul Medio-Oriente con un linguaggio filmico e narrativo estremamente occidentale (bergmaniano nella sua soffocante autoanalisi) e questo stona terribilmente con quelle che dovrebbero essere le complesse e tragiche riflessioni e consapevolezze di una donna afgana di umili origini, lontana dalla cultura occidentale. Ma lei si esprime e ragiona come Liv Ullmann nella fredda Svezia di Scene da un matrimonio, come la protagonista di un’opera di Ibsen o di Tennessee Williams o di Pirandello o di D’Annunzio. Come una qualunque donna borghese in un interno di Londra o Parigi o New York o Roma. Come in un film o su un palcoscenico degli anni Settanta (la cultura poi della quale si è nutrito Rahimi), la donna è annoiata perché il marito non le ha mai procurato un orgasmo. Fuori però impazza la fine del mondo, il sangue, la guerra. Sembra di assistere a I monologhi della vagina made in Kabul. Il linguaggio utilizzato e la prospettiva della vicenda appaiono forzati all’interno del contesto che si vorrebbe definire. Virato poi in un colpo di scena finale che riporta in auge il turgido melodramma nostrano alla Raffaello Matarazzo. Pertanto, Come pietra paziente, tirando le somme, è un film sul Medio-Oriente per l’Occidente (borghese e di mezz’età) che potrà identificarsi nella nostra protagonista. Dov’è la cultura medio-orientale in tutto questo?

ERMINIO FISCHETTI


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