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Infanzia clandestina

Sullo sfondo della dittatura argentina di Videla, Benjamín Ávila, alla sua opera prima, racconta la vita in clandestinità di un ragazzino figlio di una coppia di combattenti peronisti. Un racconto emozionante e lirico sull’infanzia.

Scheda film informazioni

Infanzia clandestina è un’opera cinematografica di Benjamín Ávila che racconta la sua esperienza di bambino negli anni della dittatura argentina durante gli anni Settanta. Quella dove i dissidenti venivano uccisi o tenuti in campi illegali di detenzione e i propri figli ricordati dalla Storia come desaparecidos. Quell’America Latina di quegli anni terribili, sanguinosi, dove la bellezza e la serenità erano sentimenti sconosciuti a persone che vivevano nella paura. Ma l’autore di questo film, a differenza di altre pellicole, numerose sull’argomento e sul periodo, riesce perfettamente a raccontare la bellezza e l’amore, che è quella di un bambino verso i propri genitori, lo zio, la nonna, la sorellina, una ragazzina che conosce a scuola di cui è attratto anche se non può dirle il suo vero nome, che è Juan, come Juan Perón, il Presidente argentino in memoria del quale i suoi genitori, peronisti appunto, che facevano parte dell’organizzazione dei Monteneros, combattevano contro la dittatura di Videla, e non Ernesto, come il nome che gli è stato dato per nascondersi in quel Paese lacerato. L’autore infatti narra il periodo storico sviluppando il racconto all’interno dell’annata del 1979 quando i genitori del piccolo protagonista, dopo anni di esilio a Cuba, decidono di tornare in patria, con il figlio e un’altra bambina avuta da poco, per continuare la lotta clandestina. Lo fa con delicatezza, umorismo, intelligenza. Perché Ávila mantiene sempre la prospettiva dell’infanzia all’interno del racconto non focalizzandosi troppo sulla questione politica, sui dati e sugli eventi principali che l’hanno rappresentata, ma mantenendosi sul racconto di formazione, sull’innocenza per lui di quei giorni, sulle prospettive di un ragazzino che però è ben consapevole della realtà di cui fa parte.

Una realtà raccontata attraverso lo sfruttamento massimo di tutti i canoni della narrazione e dei mezzi del suono e dell’immagine del cinema, dall’animazione fumettistica che ritrae i momenti di violenza al quale assiste Juan, che vengono trasfigurati nella sua mente e quindi all’occhio dello spettatore, alla colonna sonora invasiva e partecipativa nei momenti più delicati, che mai però suona fuori posto o retorica, alla fotografia che ritrae con forti dosi di luminosità il tessuto della pellicola, alla struttura del racconto che si alterna fra realtà e immaginazione, che è fatta del mondo onirico di Juan, che ricostruisce come col fumetto le contraddizioni e i pensieri di quella lotta armata sofferta, che emerge dalla mente del protagonista come un ricordo lontano, dall’ansia del suo respiro persino, e che il regista sviluppa con una sensibilità rara anche laddove si concentra sulle responsabilità dei personaggi adulti. Il regista che racconta una storia in parte autobiografica – sua madre scomparve, suo fratello non lo vide per molti anni – ha il coraggio di non postulare attraverso trattati storiografici o dando giudizi, non accusa nessuno, la lotta armata dei genitori di Juan ha sia vittime che carnefici, non è giusta non è sbagliata, in fondo il racconto di quei giorni è sereno, anche se l’inquietudine di fondo è ben desta nel ragazzino. Certo erano terribili quei giorni e si evince nell’asse narrativo, ma non è questo certamente il compito principale del film quanto piuttosto raccontare una la crescita in quel contesto, in quella quotidianità, che era fatta anche di momenti goliardici, di affetto, di una vita in qualche modo normale. Per questo poi fare i conti con la realtà, nemmeno troppo improvvisamente, perché l’ingresso nel mondo degli adulti per Juan è precoce ma avviene per gradi, che sono quelli della morte delle persone a lui via via più care, a cominciare da quello zio Beto, che per lui è maestro di vita. Tutto quello così diventa ancora più doloroso, ancora più tragico in un finale che non lascia spazio a niente.

Sincero, lirico, originale, Infanzia clandestina possiede qualità rare nella sensibilità della scrittura, nel rigore della recitazione, nella forza dei sentimenti espressi, avvince e commuove come pochi film hanno fatto recentemente. E finalmente gli anni della lotta armata, i ghirigori della retorica politica trovano in questo film la giusta prospettiva, quella di Juan, che ha dodici anni e ha perso il mondo che conosceva. Presentato dall’Argentina agli scorsi Oscar e considerando la matrice fanciullesca che l’Academy ama tanto, anche se non infarcita con la solita retorica spiccia – alla Tornatore per intenderci -, non si capisce perché non sia rientrato nella cinquina finale. Forse un altro film con argomento simile, la fine della dittatura cilena in quel caso, No – I giorni dell’arcobaleno, fatto di produzione, maestranze e nomi d’attori più popolari hanno giocato a suo sfavore. Ma l’America Latina negli ultimi tempi è in generale cinematografia da osservare con attenzione, del resto come il suo mondo politico ed economico che sta vivendo una nuova primavera.

ERMINIO FISCHETTI

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Infanzia clandestina è un’opera cinematografica di Benjamín Ávila che racconta la sua esperienza di bambino negli anni della dittatura argentina durante gli anni Settanta. Quella dove i dissidenti venivano uccisi o tenuti in campi illegali di detenzione e i propri figli ricordati dalla Storia come desaparecidos. Quell’America Latina di quegli anni terribili, sanguinosi, dove la bellezza e la serenità erano sentimenti sconosciuti a persone che vivevano nella paura. Ma l’autore di questo film, a differenza di altre pellicole, numerose sull’argomento e sul periodo, riesce perfettamente a raccontare la bellezza e l’amore, che è quella di un bambino verso i propri genitori, lo zio, la nonna, la sorellina, una ragazzina che conosce a scuola di cui è attratto anche se non può dirle il suo vero nome, che è Juan, come Juan Perón, il Presidente argentino in memoria del quale i suoi genitori, peronisti appunto, che facevano parte dell’organizzazione dei Monteneros, combattevano contro la dittatura di Videla, e non Ernesto, come il nome che gli è stato dato per nascondersi in quel Paese lacerato. L’autore infatti narra il periodo storico sviluppando il racconto all’interno dell’annata del 1979 quando i genitori del piccolo protagonista, dopo anni di esilio a Cuba, decidono di tornare in patria, con il figlio e un’altra bambina avuta da poco, per continuare la lotta clandestina. Lo fa con delicatezza, umorismo, intelligenza. Perché Ávila mantiene sempre la prospettiva dell’infanzia all’interno del racconto non focalizzandosi troppo sulla questione politica, sui dati e sugli eventi principali che l’hanno rappresentata, ma mantenendosi sul racconto di formazione, sull’innocenza per lui di quei giorni, sulle prospettive di un ragazzino che però è ben consapevole della realtà di cui fa parte.

Una realtà raccontata attraverso lo sfruttamento massimo di tutti i canoni della narrazione e dei mezzi del suono e dell’immagine del cinema, dall’animazione fumettistica che ritrae i momenti di violenza al quale assiste Juan, che vengono trasfigurati nella sua mente e quindi all’occhio dello spettatore, alla colonna sonora invasiva e partecipativa nei momenti più delicati, che mai però suona fuori posto o retorica, alla fotografia che ritrae con forti dosi di luminosità il tessuto della pellicola, alla struttura del racconto che si alterna fra realtà e immaginazione, che è fatta del mondo onirico di Juan, che ricostruisce come col fumetto le contraddizioni e i pensieri di quella lotta armata sofferta, che emerge dalla mente del protagonista come un ricordo lontano, dall’ansia del suo respiro persino, e che il regista sviluppa con una sensibilità rara anche laddove si concentra sulle responsabilità dei personaggi adulti. Il regista che racconta una storia in parte autobiografica – sua madre scomparve, suo fratello non lo vide per molti anni – ha il coraggio di non postulare attraverso trattati storiografici o dando giudizi, non accusa nessuno, la lotta armata dei genitori di Juan ha sia vittime che carnefici, non è giusta non è sbagliata, in fondo il racconto di quei giorni è sereno, anche se l’inquietudine di fondo è ben desta nel ragazzino. Certo erano terribili quei giorni e si evince nell’asse narrativo, ma non è questo certamente il compito principale del film quanto piuttosto raccontare una la crescita in quel contesto, in quella quotidianità, che era fatta anche di momenti goliardici, di affetto, di una vita in qualche modo normale. Per questo poi fare i conti con la realtà, nemmeno troppo improvvisamente, perché l’ingresso nel mondo degli adulti per Juan è precoce ma avviene per gradi, che sono quelli della morte delle persone a lui via via più care, a cominciare da quello zio Beto, che per lui è maestro di vita. Tutto quello così diventa ancora più doloroso, ancora più tragico in un finale che non lascia spazio a niente.

Sincero, lirico, originale, Infanzia clandestina possiede qualità rare nella sensibilità della scrittura, nel rigore della recitazione, nella forza dei sentimenti espressi, avvince e commuove come pochi film hanno fatto recentemente. E finalmente gli anni della lotta armata, i ghirigori della retorica politica trovano in questo film la giusta prospettiva, quella di Juan, che ha dodici anni e ha perso il mondo che conosceva. Presentato dall’Argentina agli scorsi Oscar e considerando la matrice fanciullesca che l’Academy ama tanto, anche se non infarcita con la solita retorica spiccia – alla Tornatore per intenderci -, non si capisce perché non sia rientrato nella cinquina finale. Forse un altro film con argomento simile, la fine della dittatura cilena in quel caso, No – I giorni dell’arcobaleno, fatto di produzione, maestranze e nomi d’attori più popolari hanno giocato a suo sfavore. Ma l’America Latina negli ultimi tempi è in generale cinematografia da osservare con attenzione, del resto come il suo mondo politico ed economico che sta vivendo una nuova primavera.

ERMINIO FISCHETTI

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