Ferrhotel

01/12/11 - A Bari un edificio in cui una comunità di somali condivide esperienze e speranze, raccontato in Italiana.doc da Mariangelea Barbanente.

Dal nostro inviato ALESSANDRO ANIBALLI

Ascolta l’intervista a cura di RADIOCINEMA a:

  • la regista Michelangela Barbanente e il co-autore del soggetto Sergio Gravili
  • All’interno di un panorama di documentari che decisamente oltrepassa i confini e i limiti del genere, come accade nella selezione del concorso di Italiana.doc alla 29/a edizione del Festival di Torino, Ferrhotel di Mariangela Barbanente, pur con diversi elementi di eccentricità, è forse il lavoro che si avvicina maggiormente ai canoni riconosciuti del cinema del reale. A Bari esiste un edificio, chiamato per l’appunto Ferrhotel, dove ha trovato rifugio una comunità di somali, impossibilitati a spostarsi in altri paesi europei, se non per pochi mesi (perché in base a una legge riservata agli extra-comunitari si può risiedere continuativamente solo nel paese dell’Unione Europea in cui si è stati schedati). E dunque Mariangela Barbanente, dopo aver scoperto questa realtà, è entrata nel caseggiato occupato, insieme a Sergio Gravili, co-autore del soggetto del film, e ha cominciato a documentare la vita quotidiana di chi si è stabilito lì. Ne emerge un ritratto compiuto delle forme di resistenza di una comunità di migranti che hanno cercato di dare una dignità alle loro vite, trovandosi una casa, un luogo in cui stare. Ma da Ferrhotel emergono anche le vite bloccate di queste persone che faticano a trovare dei lavori stabili e allo stesso tempo non riescono a far venire in Italia i familiari che si trovano ancora in Somalia, un paese da anni martoriato da una serie impressionante di guerre civili.

    Il documentario di Barbanente rifiuta la classica meccanica dell’intervista lasciando che gli abitanti dell’edificio parlino tra di loro, come degli amici che ricordano i vecchi tempi, un passato anche drammatico ma che, nel momento della rievocazione verbale, dà luogo alla necessaria rielaborazione del dolore. È una soluzione, quella adottata da Barbanente, che indubbiamente permette una maggiore naturalezza ai discorsi dei protagonisti e allo stesso tempo “nasconde” per quanto possibile la macchina-cinema. Ed è anche una impostazione che consente di verificare nei fatti l’esistenza della comunità, di un gruppo di persone che si riunisce e dialoga. Per contro, il resto della città mostra un assoluto disinteresse: è giusta in tal senso la scelta di ambientare tutto il film all’interno dell’edificio per poi uscire nelle strade di Bari solo nel finale, a mostrare un tran tran cittadino che non vuole interessarsi a quanto accade solo a pochi metri di distanza. Però è anche vero che la clausura cui si assiste per buona parte del film finisce per apparire una claustrofobia eccessiva, probabilmente inficiata da un montaggio non sempre rigoroso. Non hanno convinto, ad esempio, i momenti di pausa tra le conversazioni, a volte non troppo significativi, e si ha l’impressione che la decisione di mostrare queste vite bloccate finisca per certi versi per “bloccare” anche il film. La durata di Ferrhotel, 73 minuti, è forse eccessiva o, al contrario, lo è troppo poco: se si voleva sfruttare al meglio la dinamica delle conversazioni magari bisognava lasciare spazio solamente a quelle, oppure – viceversa – se si voleva enfatizzare il senso di claustrofobia allora si poteva e doveva insistere di più in tal senso.