Cuori puri

“L’eternità del tempo attraverso la narrazione”.

 

Diego Armando Maradona e Napoli, una storia d’amore nata il 30 giugno 1984 e mai interrotta, tradita forse solo per un attimo nel marzo del ’91 (quando venne trovato positivo alla cocaina al controllo antidoping), con la successiva fuga notturna dalla città.

Maradonapoli, perfetta simbiosi terminologica, non è l’ennesimo ritratto del Pibe de Oro, o meglio del D10S: il documentario di Alessio Maria Federici è piuttosto l’indagine su un territorio, la ricerca in ogni angolo della città di un’immagine, un oggetto che lo ricordi, ascoltando dalle persone che cosa vuol dire aver avuto Maradona nella propria città.

Icona, mito, addirittura santo: in quei 7 anni Maradona è il condottiero di un popolo, il Che Guevara che si schiera con la gente e non con i potenti. La sua venuta, da molti (tutti, parroci compresi) considerata un secondo Avvento, è la scintilla che inizia a far alimentare una convinzione dapprima neanche lontanamente presa in considerazione. Quella di poter competere, e vincere, con lo strapotere (calcistico, e non solo) del Nord.

“Eravamo in 70mila quel giorno al San Paolo, quando è arrivato, per vedergli fare due palleggi”. “80mila persone”, “90mila”, “quasi 1oomila persone…”: la leggenda nasce in quell’estate del 1984, qualsiasi bambino maschio nato a Napoli in quel periodo si chiamerà Diego, o Diego Armando, c’è chi addirittura chiama il proprio figlio “Diego Armando Maradona”, seguito dal cognome paterno.

 

Federici ascolta chiunque, dall’impiegato al professionista, dalla cuoca al direttore della Biblioteca del Banco di Napoli, fino ai figli di quell’epoca che, non avendo vissuto “sul campo” il genio, l’estro, la non discutibile capacità trascinante del più grande calciatore mai sceso in terra, ti dicono che comunque è qualcosa che fa parte di loro. Che è come averlo visto, anche se così non è stato, e che sarà così anche per i loro figli. E per i figli di quei figli.

Perché Maradona è un’idea che da tangibile, reale, terrena, si è via via fatta mito, immagine, icona da tramandare vita natural durante, e oltre.

 

In ogni vicolo, su ogni bancarella, in ogni bar, locale, abitazione, ancora oggi, Napoli custodisce l’effige di un uomo eletto a divinità. Ed è stata un’elezione plebiscitaria, trasversale, arma di affermazione e identificazione per un popolo intero, dall’aristocratico all’intellettuale, dal religioso al proletario.

Camminando ancora oggi  per le stradine e i vicoli e imbattersi nel suo numero, il 10, nel suo nome, la sua maglietta, una scritta, un murales oppure trovare Maradona sulla pelle della gente con i tatuaggi, sulle automobili con gli adesivi, sulle carte d’identità, nei portafogli insieme alle immagini dei figli e di San Gennaro.

Figura parareligiosa, di Maradona viene addirittura adorato un capello conservato in una teca di un bar a San Biagio dei Librai e il suo piede a Ischia (c’è una formazione rocciosa sull’isola che ricorda il suo sinistro).

Sette anni in cui tutto è sembrato possibile (due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana), una notte – quella in cui scappò dalla città che lo aveva adottato come un figlio-fratello-padre miracoloso – in cui su ogni vicolo “scese un cono d’ombra, di tristezza e dolore”.

C’è chi, ancora oggi, ripensando al D10S, non riesce a trattenere la commozione, gli occhi umidi e il groppo in gola nel rivedere la città festante e impazzita di gioia per il primo, storico scudetto vinto nel 1987: “Gente ammalata, che non camminava, improvvisamente capace di correre all’impazzata. Sembrava Lurdés, Lurdés!“, racconta una donna.

“L’eternità del tempo attraverso la narrazione”. E la straordinaria capacità di rendere immagine qualcosa che Federici decide di non mostrare: in 75′ non c’è alcuna azione di gioco, nessuna immagine di repertorio (a parte un paio di frammenti della celebre intervista che Diego rilasciò a Gianni Minà), nessuna magia del Pibe de Oro.

 

E’ tutto raccolto nel ricordo, e nella capacità di tramandare di un’intera città. Che mai, mai, metterà la parola fine a questa straordinaria storia nata il 30 giugno di 33 anni fa.

Valerio Sammarco per cinematografo.it