Tre piani di Moretti per perdonare e perdonarsi

In concorso al Festival di Cannes e in sala dal 23 settembre Tre piani di Nanni Moretti con Margherita Buy, Alba Rohrwacher, Elena Lietti, Denise Tantucci, Riccardo Scamarcio, Paolo Graziosi. La nostra intervista, in esclusiva, al regista e alle attrici protagoniste.
Intervista a Nanni Moretti a cura di Giovanna Barreca
Intervista ad Alba Rohrwacher a cura di Giovanna Barreca
Intervista a Elena Lietti e Denise Tantucci a cura di Giovanna Barreca
Intervista a Margherita Buy a cura di Giovanna Barreca

Eshkol Nevo è uno dei più talentuosi scrittori contemporanei e con romanzi come La simmetria dei desideri forse ha raggiunto il culmine della sua poetica, della sua capacità di narrare le vite di giovani israeliani che portano sulle spalle il peso di una storia contemporanea (dalla disgrazia di Arad, all’assassinio di Rabin), capace di influenzare le scelte di un’intera esistenza. Tre piani, anche se con altri personaggi, vede quei giovani ormai adulti, diventati padri e madri non sempre adeguati al ruolo e al confronto con la collettività. E come ama fare spesso nei suoi libri ci sono più storie. In Tre piani ne concentra tre all’interno di un condominio di Tel Aviv dove abitano coppie con prole di età diversa: dalla neonata al ragazzo ventenne. Palazzina di tre piani (una famiglia dominante per piano) suddivisa in primo, secondo e terzo piano perché ogni piano possa essere letto anche come un piano della personalità secondo Freud, padre della psicanalisi: Es, Io e super Io. Le storie sono narrate in soggettiva e per ogni coppia c’è un solo punto di vista, di uno solo dei componenti della famiglia.

Nanni Moretti, partendo dal libro di Nevo e – come afferma nella nostra intervista: “Conservandone il cuore emotivo della storia e dei personaggi” -, scrive la sceneggiatura di Tre piani con Federica Pontremoli e Valia Santella e prosegue le storie che lo scrittore lascia all’apice, togliendo la soggettività nella narrazione e scegliendo di intrecciarle e di raccontarle in tre scansioni temporali diverse, a distanza di 5 e poi di 10 anni dagli eventi iniziali, scatenanti della storia. In Tre piani di Moretti ci sono le conseguenze delle scelte fatte dai personaggi, si esplora il dopo con un amore per i personaggi e le situazioni vissute che commuove e molto spesso disarma. Soprattutto alle donne del film – tutte con personalità, impieghi e rapporti coniugali e filiali molto diversi -, viene permessa una profonda evoluzione, viene permesso di sbagliare, di capire e di cambiare. Emblematico un vestito a fiori molto luminoso che è il simbolo della rinascita di Dora, il personaggio imprigionato (per sua scelta consapevole, fino a quel momento) di Margherita Buy o il campo medio di Monica (Alba Rohrwacher) che sottolinea il suo sorriso nel bel mezzo di una stazione ferroviaria.

Dora e Vittorio (Nanni Moretti), entrambi giudici, sono i genitori di Andrea (Alessandro Sperduti); vivono al terzo piano (super Io) e hanno un profondo senso della giustizia, della morale, del dovere che hanno cercato, forse commettendo diversi errori, di tramandare al figlio. Quando il ragazzo al volante ubriaco, nella prima scena del film, proprio sotto il loro balcone di casa sbanda e investe una donna uccidendola, loro reagiscono secondo i loro principi, secondo le norme sociali imposta, senza dimostrare nessuna umanità.

Al secondo piano (Io) vive Monica, una giovane donna alla sua prima gravidanza che deve affrontare il travaglio e i giorni successivi al parto della piccola Beatrice da sola perché il marito è lontano per lavoro. Chiamata “la vedova” per questa sua situazione, non sa affrontarla e le paure legate a tale condizione e alla malattia mentale della madre la portano a fare i conti con ossessioni sopite per molto tempo. Come l’Io di Freud che sta in mezzo tra Es e Super Io, Monica troverà una sorta di equilibrio tra bisogni istintivi da una parte e le richieste morali ed etiche dall’altra.

Al primo piano vivono Sara (Elena Lietti) e Lucio (Riccardo Scamarcio) che spesso, per motivi di lavoro, affidano la figlia Francesca ai dirimpettai di pianerottolo Giovanna (Anna Bonaiuto) e Renato (Paolo Graziosi). L’uomo è affettuoso con la piccola e in Lucio si insinua il dubbio atroce che l’anziano possa aver abusato della figlia e non essere semplicemente una sorta di nonno molto attento e presente. Come Es attiva istinti primordiali come il sesso e sentimenti puri come l’odio.

Il montaggio alternato avvicina le storie ma, tranne per la famiglia di Sara e di Lucio che maturerà un sentimento di paura nei confronti dei vicini, tutte le altre non comunicano tra loro, non ci sono scene di incontro o di dialogo tra condomini perché, uno dei temi principali del film, è proprio questa nostra condizione di isole solitarie che non hanno bisogno dell’altro, del rapporto con la collettività, pensando di bastare a noi stessi. La scena finale dimostrerà come tutti i personaggi femminili proveranno ad aver una nuova visione e come tutti avranno maturato una nuova e più consapevole considerazione nei confronti degli altri.

Durante l’intervista si sottolinea che non c’è una città protagonista nel film. Ovviamente non c’è Tel Aviv ma la stessa Roma (location dell’opera) che è stata così presente e spesso vero e proprio personaggio in diverse opere di Moretti qui scompare. La palazzina, la luce che penetra dalla finestre non regala una connotazione spaziale alla storia perché l’autore concentra all’interno sentimenti ed emozioni, come l’agire dei personaggi che spesso sembrano profondamente bloccati fisicamente nella loro condizione.

Simbolicamente, quando usciranno – senza svelare il finale del film – accadrà per loro, finalmente qualcosa di nuovo e inaspettato. Liberatorio, perché uscire dalla palazzina significa uscire da una determinata situazione emotiva. E, come sottolineato prima, provare ad aprirsi all’altro, alla collettività “per perdonare sé stessi e per perdonare le persone a loro vicine e ricordare che il nostro benessere è sempre legato a doppio filo al benessere degli altri” come precisa Nevo, scrivendo del film su “La lettura”, inserto del Corriere della Sera.

Sull’aspetto stilistico, che ha fatto discutere la critica nazionale e internazionale già dall’uscita in prima mondiale, in concorso, al Festival di Cannes, lo stesso Moretti precisa ai nostri microfoni: “Non volevo una regia soddisfatta di sé e puntavo per questa storia ad un’ interpretazione, a una regia e a un montaggio essenziali. C’è un unico dolly per sottolineare l’entrata della tromba nella scena della Milonga e basta. Ho voluto mettere il fuoco sui personaggi e sull’interpretazione degli attori, senza autocompiacimenti sbruffoni. A volte fare cinema è fare resistenza al fare cinema”.  Una scelta che era profondamente funzionale a questa storia, a questa prima sceneggiatura che non nasce da un soggetto di Nanni Moretti ma che non è detto che sarà la cifra della nuova commedia che lo sceneggiatore-regista-attore ha finito di scrivere proprio in questi giorni e che inizierà a girare, presumibilmente, a inizio 2022.

 

giovanna barreca