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Parola al Cinema

Parola al Cinema – Uno sguardo sulla sceneggiatura

Il gioiellino di Andrea Molaioli: nuove forme di racconto per il cosiddetto “cinema civile” italiano, non ancora dominate da un vero sguardo d’insieme, ma coraggiose

(Rubrica a cura di Massimiliano Schiavoni)

parola-al-cinema_def11/03/11 – Andrea Molaioli si sarà già stufato di sentirsi dire che Il gioiellino ricorda un po’ il cinema di Paolo Sorrentino. Ché poi, di fatto, le similitudini si fermano all’utilizzo dello stesso attore-feticcio (Toni Servillo), alla scelta di un soggetto da “cinema civile” come ne Il Divo, e a un uso prezioso della fotografia. Oltre a ciò, della tecnica (tecnicismi annessi) di Paolo Sorrentino, nel film di Molaioli non se ne trova la minima traccia. Così come, e soprattutto, risultano assai diversi l’approccio narrativo, le strategie di racconto, il rapporto tenuto nei confronti dei personaggi messi in gioco. Certo Il gioiellino è narrativamente insicuro, incerto, assommante troppe squilibrate tendenze di racconto. Timidamente grottesco in alcuni, rari passaggi (soprattutto nel trattamento del senatore di Renato Carpentieri), cupo, ma senza eccessi, nei rapporti umani (se di rapporti “umani” si può parlare) intorno ai quali il crack Parmalat è intessuto e adombrato. Irrisolto in molti snodi narrativi, soprattutto nel flirt tra i personaggi di Servillo e Felberbaum, che appare elemento finzionale ricreato appositamente ma poco significativo, se non in funzione di una rappresentazione, non del tutto efficace, della sostanziale inumanità di figure piegate solo alla propria dimensione professionale. In più, il materiale narrativo è tanto, tantissimo, e per contenerlo in un film di due ore Molaioli non lo comprime forzosamente, ma neanche lo domina, aprendo talvolta strade narrative senza uscita. C’è, insomma, una sensibile dispersione di racconto, con passaggi spesso troppo insistiti, altrettanto spesso troppo ellittici.

D’altra parte, Il gioiellino è anche un apprezzabile tentativo di cercare strade narrative nuove per un genere italiano che ormai, da almeno due decenni, non esiste quasi più. Se fino agli anni ’70 inoltrati autori come Damiano Damiani, Elio Petri, Florestano Vancini, Giuseppe Ferrara si sarebbero fiondati su un materiale così incandescente per farne cinema popolarissimo, roboante, didascalico e in qualche modo “militante”, adesso in Italia nessuno più ha davvero voglia di cimentarsi con prove simili.

Molaioli, invece, va doppiamente in controtendenza, perché sceglie tale materiale, ma al contempo mette via tutta la retorica espressiva di quel cinema così “italiano”, cercando una propria forma di racconto. Cauta, spesso centrata sul pedinamento dei personaggi, sulla narrazione delle loro azioni. Scritta benissimo nei dialoghi, capaci di rendere avvincenti lunghe sequenze di riunione aziendale e, soprattutto, piuttosto chiari tanti meccanismi perversi del mondo finanziario senza peccare di semplificazione. Struttura narrativa, poi, sostenuta da una sapiente costruzione a spirale, cosicché di passaggio in passaggio il racconto del destino segnato di un’azienda si fa sempre più angoscioso e soffocante. L’ambizione ben evidente, ma non del tutto soddisfatta, è il racconto di una “tragedia moderna”, socialmente e storicamente significativa del passaggio della nostra realtà industriale da un orizzonte di economia nazionale a uno, più ampio ma anche più schiacciante e spietato, di economia globale. Benché i cenni in tal senso siano qua e là didascalicamente insistiti in alcuni brani di dialogo, a tale affresco Molaioli non ci arriva. Troppe la frammentarietà, le forze centrifughe verso le zone marginali del racconto. Tuttavia, il tentativo è da apprezzare e promuovere, come prova di coraggio stilistico e non solo.

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