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Diaz

Dalla nostra inviata Daria Pomponio

Ascolta l’intervista di RADIOCINEMA a:

Ascolta la conferenza stampa del film dal Festival di Berlino.

Dobbiamo prenderne atto, è in corso una rivoluzione: il cinema italiano ha rotto un antico tabù e inizia a mostrare anche i poliziotti cattivi. Dopo il discreto successo di A.C.A.B. – All Cops are Bastards di Stefano Sollima, ecco approdare nelle nostre sale l’attesissimo Diaz di Daniele Vicari, resoconto del raid della polizia contro i manifestanti ospiti del tristemente celebre edificio scolastico, durante il G8 di Genova del 2001. Partendo dagli atti del processo, Vicari e la sceneggiatrice Laura Paolucci hanno scelto di intessere un affresco che ha il sapore di un reportage, quasi una ricostruzione scientifica dei fatti, che lascia poco spazio ai sentimenti e molto all’indignazione. Un atto dovuto, nei confronti di una violenza efferata che odora di rappresaglia, ma è stata perpetrata nel nome dello Stato italiano.

Nessun cedimento dunque, dal punto di vista della narrazione, al feuilleton nazional-popolare che caratterizza alcune nostre riletture della storia recente (non siamo dalle parti di La meglio gioventù, né tantomeno di Il grande sogno), ma un aspro semi-documentario su quanto accaduto. Si taglia corto anche con le vicende personali dei numerosi personaggi: c’è il giornalista che decide di andare sul posto (Elio Germano), la ragazza tedesca (Jennifer Ulrich) che lavora come volontaria e il collega (Davide Iacopini) che ha una love story con una manifestante francese (Aylin Prandi), ma si tratta di ruoli appena abbozzati. Diaz è infatti un film corale con i personaggi e le loro psicologie lasciati in secondo piano; contano solo l’evento e il meccanismo che l’ha generato, ovvero l’odio crescente verso la polizia in seguito alla morte di Carlo Giuliani e la rabbia dei poliziotti per le reazioni della stampa e del paese. Una tensione insostenibile destinata a esplodere nell’edificio della Diaz e poi nella caserma di Bolzaneto. Vicari si focalizza molto sui dettagli, come quella bottiglia di vetro che volteggia nell’aria (per ben quattro volte) al passaggio della camionetta della polizia, a cui il regista assegna un doppio compito, da un lato serve a  segnalarci la partenza dei flashback, che moltiplicano i punti di vista sull’evento, dall’altro offrirà alla polizia una ragione per intervenire. La struttura narrativa, vagamente in stile Arriaga, suona un po’ artefatta (una scansione cronologica sarebbe stata una scelta più rigorosa), di contro però il film porta avanti uno stile da “presa diretta” e inserisce in maniera fluida le immagini di repertorio, complice una fotografia sgranata e ruvida. Come accade per gli altri personaggi, anche la connotazione dei poliziotti è sommaria, lo stesso non si puo’ dire della loro violenza, descritta fin nei minimi dettagli.

Diaz d’altronde non è un film conciliante. E se un pizzico di umanità viene riconosciuto al poliziotto incarnato da Claudio Santamaria e a pochi altri (si vedano le telefonate ai familiari), lo stesso non si può dire per i rappresentanti delle istituzioni. Il “sistema” è infatti raffigurato, in maniera un po’ caricaturale, da uomini in doppiopetto che scendono da auto blu e poi prendono le decisioni accendendosi una sigaretta. Infine c’è il massacro, lungo, estenuante, a tratti insostenibile allo sguardo. Vicari riporta ogni manganellata e ogni umiliazione subita dai manifestanti, per lo più ragazzi, ma anche giornalisti e sindacalisti di mezza età (il personaggio di Renato Scarpa). Ecco dunque il film che nessuno voleva produrre e in cui hanno investito, coraggiosamente, la Fandango di Domenico Procacci, il produttore e regista rumeno Bobby Paunescu (l’autore di Francesca) e i francesi di Le Pacte. Nessun distributore ha accettato di affiancare la Fandango per l’uscita in sala e la televisione italiana non ha avanzato proposte d’acquisto. Evidentemente il cinema riesce ancora a dare scandalo, ma in questo caso, lo possiamo dire, mai quanto la realtà.

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