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Non me lo dire

In Italia esce il 23 marzo, quando in Puglia e qualche altra regione meridionale è già in sala dalla settimana prima. Basterebbe questo dato a dire delle intenzioni e degli interessi commerciali di Non me lo dire, pellicola diretta da Vito Cea per sfruttare la popolarità di Uccio De Santis (al secolo, Antonio), comico pugliese reso famoso dalle trasmissioni locali di Tele Norba. La storiella vede protagonista Lello, un comico di successo che viene lasciato dalla moglie per le sue numerose assenze; depresso e disperato nel tentativo di riconquistare la consorte, accetta il suggerimento dello psicologo e comincia un viaggio lungo la Puglia, per confrontarsi coi suoi fan: disavventure assicurate. Scritto dallo stesso protagonista, il film è una di quelle sarabande comiche ferme agli anni ’70, consapevoli del proprio statuto di avanspettacolo (e infatti si apre e si chiude su di un palco), a cui non interessa arrivare al grande pubblico, pago di coccolare il proprio.

Niente di male, sia chiaro, a giocare di conservazione, ma dipende come lo si fa: e il film segue questa strada nel peggiore dei modi, cercando con molti affanni di vagare attorno ai fantasmi di Franco e Ciccio o delle commedie con Banfi protagonista – come Vieni avanti cretino – per sfruttare il pretesto del road-movie regionale (con in testa il piccolo miracolo di Basilicata Coast to Coast) con sketch, battute e barzellette. Che De Santis comunichi allo spettatore che il film e l’attore comico siano raccoglitori di barzellette la dice già lunga sulle ambizioni dell’operazione, ma Cea ci mette del suo nel costruire una pellicola in cui nulla funziona, i meccanismi o non esistono o s’inceppano e l’imbarazzo aleggia nell’aria. Implausibile fin dall’incipit, la sceneggiatura non ha idee, la narrazione è lasca e dilettantesca e i personaggi sono caricature senza verve a cui non vengono in soccorso nemmeno le gag, vecchie, spente, disinnescate tanto nei tempi della regia quanto nell’espressività degli attori: De Santis si fa un pessimo servizio blaterando per 90 minuti e improvvisando male, lasciando sorpreso lo spettatore per il successo ottenuto dal comico e rendendo vani i tentativi dei comprimari, quasi tutti – nel bene o nel male – non professionisti o poco noti. Non c’è nulla in Non me lo dire che sembri cinema, figuriamoci aspettarsi un po’ di vita: ma che il comico voglia spingersi più a nord di Campobasso (come ironizzano i suoi colleghi in una battuta) è un passo decisamente troppo lungo, per una gamba così corta.

EMANUELE RAUCO

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Favicon scritto da Emanuele Rauco il 20.03.2012 alle 19:27