Poker Generation

E il Texas Hold'em sbarcò sul grande schermo: il trentenne Mingotto esordisce alla regia nel lungometraggio con un film "familiare" sul poker che diventa sport.


Ascolta l’intervista di RADIOCINEMA al regista del film:

Un primo piano in movimento, un interprete giovane e (semi) sconosciuto eppure credibile, una voice over “all’americana”, un flashback: con un inizio così si spera subito che il “film medio”, atteso da decenni, sia finalmente arrivato. Invece bastano pochi minuti per capire che non è così, non ancora.
Passo indietro. Fabrizio Crimi, CEO di una grossa società di giochi on line, vuole raggiungere una platea più ampia di nuovi potenziali giocatori e pensa al cinema. Insieme a Tiziano Cavaliere scrive un soggetto incrociando un po’ di luoghi comuni della tipica quest neorealista con alcuni tratti della vita del giocatore professionista moderno (ispirandosi in modo particolare all’esperienza di Filippo Candio). Crimi e Cavaliere decidono di affidare il progetto di lungometraggio a una loro giovane conoscenza, Gianluca Mingotto, regista di spot e videoclip, oltre che di tre documentari commissionati proprio da Crimi e dedicati alle competizioni internazionali di Texas Hold’em, variante aggiornata e legalizzata anche da noi del vecchio poker.

Il film che ne vien fuori – l’epopea in minore di due fratelli giunti a Milano dalla Sicilia per vincere al tavolo verde i soldi necessari a guarire la sorellina ammalata – è un completo disastro sul piano della scrittura, dalla storia ai dialoghi. La sceneggiatura, per stessa ammissione del regista è scritta di corsa, approssimativamente, purtroppo senza nessun gusto né furbizia. Il giovane cast non brilla per efficienza, eccezion fatta per il bravo Piero Cardano, cui tocca l’ingrato compito di vestire i panni di un ragazzo “semi-autistico” che ripete definizioni da dizionario da mane a sera per poi finire a letto senza alcun tremore né incertezza con la bellona di turno. Francesco Pannofino e Lina Sastri rappresentano i marchi di garanzia per mandare in sala il film e a questo statuto “burocratico” si limitano pure le loro grigie interpretazioni. L’ex – dimenticabilissima e di fatto dimenticata – “gieffina” Francesca Fioretti è il punto più basso di un gruppo di personaggi di contorno brutti e stupidi. Mingotto riesce a gestire gli attori, e dimostra pure di avere qualche idea di messa in scena, ma l’inesperienza insieme a una fantasia carente lo spingono a pasticciare coi registri del racconto, copiare altri senza cercare una strada sua propria e in fondo a sottrarsi alle scelte fondamentali, lasciando il film orfano di padre.
Eppure, nonostante la faccia un po’ bieca del cinema che serve a ripulire l’immagine del poker che diventa sport per tutti, nonostante le carenze drastiche e strutturali dell’ennesimo “prodotto” nazionale insoddisfacente, dietro la volgarità di un mondo raccontato con parole sceme e sguardi attoniti sembra occhieggiare ancora la possibilità di quel cinema medio tanto desiderato, e forse ancora una volta non così lontano.

SILVIO GRASSELLI