Parking Lot

19/10/11 - La via italiana al 3D: il thriller di Gasperoni girato con un'attrezzatura stereoscopica fatta in casa. L'effetto è buono, ma latita la sceneggiatura.

Ascolta le interviste di RADIOCINEMA ai protagonisti del film:

  • il regista Francesco Gasperoni
  • Harriet Macmasters-Green
  • Primo lungometraggio italiano girato in 3D, presentato già a giugno a Taormina anticipando dunque Box office 3D di Greggio (visto in anteprima a fine agosto Venezia), Parking Lot lancia senza dubbio una sfida al nostro pigro panorama cinematografico. Francesco Gasperoni, il regista, ha inventato per l’occasione un macchinario stereoscopico a basso budget che gli ha permesso di girare il film in modo indipendente, arrivando a competere potenzialmente con i prodotti hollywoodiani. Intanto il brevetto è stato depositato con il nome di 3Demon e Gasperoni spera di poter vendere presto la sua invenzione, usando come lancio promozionale proprio Parking Lot. Ad eccezione dei picchi di professionalità tecnica di Avatar di James Cameron e quelli espressivo-inventivi di The Green Hornet di Michel Gondry, la stereoscopia del film di Gasperoni non ha nulla da invidiare al prodotto medio made in USA, tranne qualche momento in cui lo sfondo appare sfocato e disturbante e altri in cui non sembrano ben delineati i piani della profondità di campo. Anzi, nel complesso, l’esperienza di vedere con gli occhialetti un film come Parking Lot è persino preferibile e giustificata a confronto di prodotti come I Puffi, dove la tridimensionalità è un surplus poco funzionale e – a tutti gli effetti – poco sfruttato. E non è un caso che il film, distribuito dall’indipendente Microcinema, arriverà in 21 sale italiane, ma non a Roma, dove forse – ipotizza lo stesso Gasperoni – le major hanno fatto sentire il loro peso contrattuale.

    Fatte salve le dovute premesse relative all’importanza dell’operazione, ciò non toglie che Parking Lot non riesca a emendarsi dalle indecisioni ormai canoniche della sparuta truppa di thriller-horror italiani recenti: una regia non sempre all’altezza della sfida intrapresa e, soprattutto, una sceneggiatura decisamente incerta. Harriet MacMasters-Green è l’autrice unica dello script, nonché l’interprete principale e racconta di aver avuto l’idea del film dopo essersi persa nell’ampio parcheggio di un centro commerciale. Da lì è nata la storia di una ragazza vittima di un tragico e terribile scherzo da parte di un trio di esaltati. E se la voice over, a tratti piacevolmente letteraria, si integra bene con la solitudine della protagonista, non altrettanto si può dire dei dialoghi che la donna ha con i suoi improvvisati carcerieri e con il barbone che le viene in soccorso. Ancora peggio poi vanno le cose con la concatenazione degli eventi: la risoluzione dell’enigma lascia a desiderare, così come le violenze dei tre risultano poco credibili e poco convincenti. Insomma, come già succedeva con Smile, film d’esordio di Gasperoni, si riconosce in Parking Lot una grande passione per il cinema, la capacità artigianale di realizzare un prodotto di buon livello, qualche intuizione, ma anche una ingenuità di fondo. È assolutamente giusto e necessario puntare sulle specifiche tecniche di un film, ma non bisogna mai dimenticare le vecchia e eterna lezione di Billy Wilder: una buona sceneggiatura è indispensabile sempre.

    ALESSANDRO ANIBALLI

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