The Housemaid

30/03/2011 - Il film di Im Sang-soo è un perfetto quanto freddo esercizio di stile, remake del film omonimo del 1960 girato da Kim Ki-young.

Eclissatasi (definitivamente?) la stella di Kim Ki-duk e censurato e rimosso l’ultimo Park Chan-wook (il suo Thirst è un ritratto crudele quanto spassoso e tragico di un prete-vampiro), torna il cinema coreano nelle sale italiane; a stretto giro di posta infatti, oltre a The Housemaid di Im Sang-soo, si potrà vedere anche Poetry di Lee Chang-dong. Il secondo sarà distribuito dalla Tucker Film, che con il giapponese Departures la scorsa stagione riuscì a creare un piccolo caso cinematografico, mentre il primo è stato preso dalla Fandango. Non si può che valutare positivamente il ritorno di interesse da parte dei distributori nei confronti di quanto viene prodotto nell’Estremo Oriente, anche se permane qualche perplessità sull’effettiva ritrovata buona vena di certo cinema coreano. In The Housemaid, passato in concorso al Festival di Cannes 2010, si segue la giovane Euny che, assunta come governante di una ricca casa alto-borghese, rimane man mano invischiata in dinamiche al di sopra delle sue possibilità. Come è ormai radicata caratteristica dei colleghi suoi connazionali, anche Im Sang-soo sa maneggiare la macchina da presa con una sicurezza che rasenta la perfezione e con un gusto visivo a tratti abbacinante. Quel che emerge però alla lunga in The Housemaid, remake del film omonimo del 1960 girato da Kim Ki-young, è la freddezza complessiva dell’operazione in cui – vien da dire – in fin dei conti si privilegia il funzionamento della macchina-cinema al reale sentire dei personaggi e dunque alla compartecipazione del regista alla storia che ci racconta.

Euny viene sedotta dal buon vino e da un’ottima esecuzione al piano di una sonata di Beethoven e si lascia condurre nelle strettoie di una relazione pericolosa con il padrone di casa secondo snodi narrativi ampiamente prevedibili. Sia pur lanciato l’amo qua e là, non emerge nessun discorso relativo a delle meccaniche servo-padrone e nemmeno si prova a enfatizzare un rimando alla crisi economica globale (che, all’inizio, appare il motivo per cui Euny, priva di altre possibilità, accetta l’incarico). No, The Housemaid è quel che si dice cinema-cinema e in tale contesto auto-referenziale va valutato. E allora, pur apprezzando la fattura della confezione, non si può non rimarcare che The Housemaid dà l’idea di essere l’opera del primo della classe, un film narciso e infecondo, un divertissment probabilmente e, sicuramente, un tentativo di “fagocitazione” di un classico del cinema coreano. Ed è un peccato perché, al contrario, l’incipit ha una forza impetuosa e ubriacante: il suicidio in strada di una giovane ragazza viene colto quale attimo quotidiano e banale nella vita delle persone che vi assistono, dando un senso di profondo nichilismo, ma allo stesso tempo di profonda umanità; un equilibrio prezioso cui però Im Sang-soo non è riuscito a dare seguito.

ALESSANDRO ANIBALLI

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